Stai a casa

Forzati dall’epoca, finiamo per adottare come una forma di umorismo nero un certo sguardo decrescente e pensare che sia una quasi via d’uscita. Sogniamo una città semideserta.

Molti e diversi sono i vantaggi di stare a casa.

Non avrai tentazioni di spendere dei soldi, visto che è così difficile stare per strada senza praticare una forma di shopping. Certo, potresti spendere online, ma se condividi la nostra prospettiva, avrai già avuto cura di disdire la tua carta di credito e ti sarai formato la solida convinzione che non è una buona cosa alimentare i giganti del commercio elettronico. Avrai ridotto l’iva a debito e impercettibilmente le pretese della bestia.

Non ti sarai esposto a telecamere, droni e altri dispositivi intelligenti operativi e venturi, affamandoli di dati e lasciando tracce solo nella dimensione dell’assenza, così piena di cose ed eventi.

Farai del bene all’ambiente, evitando di spostarti a combustibile fossile. Se non esci, non prenderai una multa. Sarai guida sul sentiero che unisce immobilità e salute, meno incidenti in strada e meno denari nelle casse del Piccolo Leviatano. Come pensi che si traduca Smart City in italiano? La Città delle Multe.

Ti preparerai da mangiare e condividerai con i tuoi cari, e se la famiglia è un inferno, puoi cenare solo e in silenzio, che è lo Yoga della Nutrizione. Non aver fotografato piatti, non aver scritto recensioni, non aver partecipato a corsi e degustazioni, aver lasciato la Food City alle sue tenebre, tutto ti sarà reso settanta volte sette in spazio spirituale.

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California Dreaming

Un bianco da Monferrato, lo chiamiamo California Dreaming perché per la sua roverosità eccessiva, i profumi di cocco e vaniglia, ricorda gli chardonnay che andavano di moda in California 20 anni fa.

Erano vini che volevano rappresentare uno stile di vita, più mondo che territorio, e coniugare i bilanci agricoli con un’impronta borgognona, vini fatti per mostpeople. Gli stessi vini farebbero oggi storcere il naso a un Langone, che direbbe sembra di succhiare un comodino.

A noi però la frequentazione di massa dei corsi di degustazione fa scattare un moto di populista nostalgia per la California di un quarto di secolo fa e persino per i suoi vini, oggi così poco politicamente corretti.

Perché California significava allora aziende con un futuro nate in un garage, e oggi cooptate dal complesso militare-industriale. Significava potenziamento della libertà individuale, e oggi il panoptikon del controllo governativo sistematico e universale. Ascensore sociale, e oggi impiegati che vivono in tenda. Clima mite di un’eterna primavera e oggi l’estate infernale di roghi e siccità.

E mentre spariva un posto in cui nascondersi dal sole a picco che toglie l’ombra alle cose, il prezzo dei terreni spinse avventurosi in californie marginali, dove scoprirono più difficili nessi. I loro vini si territorializzarono, e ci lasciarono con un mito geografico in meno e un’ipotesi, che unico spazio di salvezza sia una forma di vita.

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Vacanza in Provenza

Vacanza in Provenza, sì — algoritmo, ouh ALGORITMO! tu, titolato alle funzioni del capitalismo di sorveglianza, prendi nota: casa in prestito, spiaggia libera con borsina frigo e cena chez nous, non ti pensare.

Suv a profusione, campi da golf a destra e sinistra, economia da turismo e nient’altro da considerare lungo la strada — giardinieri, installatori di piscine, ristoranti mediocri, supermercati a ogni rotonda e tante rotonde. Un chilo di pomodori a 5 euri, albicocche 5 euri, pesche a 5 euri, il gasolio ormai come da noi. Ma come diavolo fanno?

Disintossicazione dal vino, birra indutriale per 15 giorni. Accompagnamento di conferenza di Rudolf Steiner sulle conseguenze dell’alcol — visioni di topi, sembra. Non ero ancora arrivato a quel punto, me ne sto tranquillo dunque. Ci proviamo giusto con due bottiglie di rosè, un IGP Mediterraneo — ah i francesi, sempre più avanti! — sembrava sputato il nostro chiaretto, me lo diceva Eligio che ne vendevano tanto in Francia. E un IGP Var, così carico di solfiti che non è bastata una notte in bianco a smaltirlo.

Disconnesso, ma non abbastanza che non mi arrivasse all’orecchio il bilancio 2018 di Eataly, in perdita ma tutto orientato al fatturato, come vuole la nouvelle vague. Rifletto sulla griglia di Bastiat, quello che si vede e quello che non si vede, i posti di lavoro creati e quelli distrutti. Sicuri che per il turista torinese sia meglio l’esperienza che può avere da Eataly di quella che poteva avere da Paissa?

Non si è mai abbastanza lontano da Farinetti, anche se qualcuno ci prova in Alta Langa, un posto ex marginale.

Nuova Lotteria di Babele

Non parliamo di vino, perché siamo presi da un lato di classe e non specifico, cose ci accadono in quanto kulaki, anzi ex-kulaki e oggi a pieno titolo detenuti del GULag fiscale democratico. Non solo i campi si svuotano per burocrazia, ma le vie. Processo lento ma inesorabile, un piccolo commercio che respira ancora sarà oasi nel Sahel urbano, con rischio di miraggio.

Dopo la fatturazione elettronica, tocca l’acquisto forzato dei misuratori fiscali telematici, con obblighi annuali a pagamento di sostituzione scheda giornale e biennali a pagamento di revisione macchina. Sullo sfondo la Grande Lotteria degli scontrini, che farà della fantasia metafisica di Borges una profezia.

Questo è il film per tutti, ma i torinesi saranno deliziati da un plus di tasse locali all’avanguardia, multe da droni, e tutta una serie di bocconcini che si vanno preparando nelle cucine dell’Intelligenza Artificiale coccolate dall’amministrazione. Roba lucida, ma difficile da assimilare.

Questi sono i fatti. E poi? Cosa resta? Il cinismo storico o l’indifferenza messianica — quelli che vendono vino, come non lo vendessero (I Cor. 7, 29-32). Buono per l’autarchia o per la salvezza, meno per l’economia.

Di Jean-Léon Gérôme - Walters Art Museum: Home page  Info about artwork, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=323523

Siamo tutti bordolesi

Anche qui da noi in Piemonte si piantarono varietà bordolesi nei primi passi della globalizzazione, quando andarono di moda i blend un po’ legnosi, o molto. Per non morire di Barbera, dice Claudio Solito.

Oggi che la parola blend provoca una smorfia perché la precomprensione è monovarietale, oggi che il globalista beve autoctono, e la barbera ha preso prezzo via consorzi di tutela, le varietà internazionali fanno pensare a quelle opposizioni un po’ scialbe a cui siamo così abituati.

Ma posso rammentare che prima di essere internazionali i bordolesi sono un territorio e tra i primi sei vini più costosi al mondo cinque sono dei Cabernet Sauvignon in blend col Merlot, e che è bordolese l’archetipo del vino?

E sommessamente suggerire al carnivoro di provare dalla carta di Vinologo il Cabernet Sauvignon 2016 da Langa, col suo passato di barrique, e il Merlot 2017 dal Nizzardo astigiano maturato in acciaio (o al vegetariano di lasciarsi ispirare dalle note erbacee del Cabernet Franc friulano)?

Nell’argilla piemontese non ci sono i sassi della Rive Gauche, siamo un po’ lontani dal mare, l’estate è torrida, ma gli impedirà di concludere che sono più simili a un vino californiano una certa eleganza, che lo farà sentire a casa come una Barbera.

Smonamento

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Fa notizia la grande sofferenza di pochi, non fa notizia la piccola sofferenza di moltissimi, eppure andrà certo a cumularsi da qualche parte e colerà bene in qualche chiusino, che non sarà quello del nuovo bum nè dell’anno bellissimo.

In milioni siamo da inizio anno messi a testa in giù nel waterboarding di quell’esperimento coercitivamente legale di ingegneria sociale che si chiama fatturazione elettronica, e si è sentito qualche titolo di giornale, qualche servizio televisivo, qualche programma radiofonico che prendesse sul serio la cosa? E poi dice che i giornali li comprano solo più i bar (mi piacque quel cartello Chi Tiene il Giornale più di Dieci Minuti è Pregato di Leggerlo ad Alta Voce).

Farò allora minima opera di nominalistica verità che mi renderà almeno mentalmente libero, visto che quel poco di libertà dal bisogno mi è stata il mese scorso completamente confiscata dall’E_Fattura.

La prima considerazione che faccio è sulla tecnologia e i suoi sacerdoti. Ci sono in giro delle piattaforme per la fatturazione elettronica messe su con tale indifferenza per l’utilizzatore da prendere la forma di nuova crudeltà. Non voglio spingermi fino a una Norimberga per i programmatori, dove certo risponderebbero che hanno solo ubbidito, ma mi auguro che ci sia ancora una giustizia veterotestamentaria e una bolgia tutta per loro. Coltivo d’ora in poi un sano interesse per il luddismo.

La seconda è sulla nuova struttura dell’impresa economica. Non si basa più sul rapporto duale tra cliente e fornitore fondato su smithiana simpatia, ma si presenta come un grafo ternario in cui C e F sono connessi attraverso lo Stato Fiscale, con i caratteri psichici del padre onnisciente. Si tratta di ultimissimo chiodo sulla bara del mercato, che è vero era cadavere già da un pezzo, e sigillo della natura sociale dell’impresa. Non si tratta più di vendere un buon prodotto, ma di generare iva a debito, disumanizzazione e macchinizzazione.

Si possono superare le leggi economiche con tale slancio volontaristico (la rincorsa è cominciata con quelli di prima, tanto per dire la continuità) senza incorrere nell’eterogenesi dei fini? Avanza nel silenzio di Dio lo Smonamento della funzione imprenditoriale, l’unico indice di cui vedo una bella crescita.

Le territoire agonise. Una microbiologia

Un sociologo francese, Bertrand Badie, scriveva negli anni ’90 di agonia del territorio di fronte alla potenza delle reti. Si può trasferire questo verdetto dal suo sfondo geopolitico alla scena vinicola? Per molti versi sì, basta pensare a come sono diventate determinanti le esportazioni di vino per la salute economica delle aziende. Per altri no: non si esporta proprio un territorio?

Anche nel vino sfuso, un settore di retroguardia, visto che riguarda consumi interni in calo secolare, il territorio è insieme una forza e un attrito per quel po’ di mercato di cui ancora campiamo i miei concorrenti ed io.

Sono al telefono con un produttore della provincia di Asti. Scusa, chi me lo fa fare di comprare una barbera di 15 gradi con sette e mezzo di acidità? I miei clienti hanno l’esofago delicato e non mangiano continuamente salame o bagna caoda. Scusa, ma perché devo fare una barbera d’Alba se faccio il vino a Costigliole? Senti, non è che in tutta la provincia di Asti la barbera sia come la tua. Vuol dire che l’arruffianano. Quest’anno l’ho raccolta tra gli ultimi, e ben, avevo quasi 16 gradi e 8 di acidità. Però la mia tra 10 anni è ancora a posto con 25 mg di solfiti, se ha cinque e mezzo di acidità tra un anno lo trovi un vino molle, etc.

Eppure è un fatto che si beve locale. Vorrei tentare perciò un’interpretazione microbiologica del territorio, che spiega perché hanno un senso i vini naturali.

Si beve territoriale perché c’è una parentela batterica tra il microbiota e lo strato pedologico, tra l’intestino e il terreno, e la città è misteriosamente aperta su questa continuità, vuoi che avvenga per filamenti fungini sotterranei o per correnti microbiche aeree o per resistente memoria storica di cose assenti. Mi portò a simili ragionamenti un articolo di Michael Pollan sul microbiota. L’articolo contiene l’importante concetto di patina fecale, che coprirebbe il mondo che abitiamo. Parmi l’Italia un posto adatto per studiare il fenomeno, qui più che patina sembra una mano di vernice.

Vino di mele

Non mangiamo sempre arrosto o formaggi stagionati, e come non vogliamo frequentare tutti i giorni un amico con troppa personalità, più di qualche volta siamo interdetti da una bottiglia di ruchè e persino di arneis, se deve accompagnare la nostra insalata, la nostra minestra.

Considerando che l’acqua ha un effetto depressivo  e che il mondo della fermentazione alcolica non si riduce all’uva, non troviamo sconveniente introdurre il sidro di mele nelle nostre frequentazioni alimentari, come compagno meno invasivo della cucina quotidiana, più silenzioso, e così sottrarci all’obbligo di commentare ogni volta che beviamo.

Se poi pensiamo che il vino diventa simbolo di status sociale già coi Romani, mentre la gente comune beveva altri fermenti da frutti e cereali, troviamo altre ragioni ancora per rivendicare la nostra identità pop, e farci i fatti nostri allineando al tofu e ai fagiolini al vapore un bicchiere di sidro trentino, meno per celtitudine che per amore di semplicità, o per celtitudine come civiltà che non ci lasciò un’epica.

Baguette

Quest’anno non ho potuto fare un breve soggiorno nella Francia profonda e mi mancano due cose, non aver mangiato una baguette e non aver bevuto una bottiglia di Viré Clessé Cuvée Pochon. Non che si trovino in Francia buone baguette ad ogni angolo di strada, ma qui sì.

La baguette nasce a Parigi dopo la Prima Guerra Mondiale come un pane di lusso e diventa velocemente popolare, anche se ci mette cinquant’anni a penetrare nella Francia periferica. Combinava una serie di innovazioni — molitura efficiente, lievito commerciale, impastatrice meccanica, forno con iniettore di vapore, forma lunga e fermentazione diretta — che facevano risparmiare gran tempo. Baguette vuol dire che in ogni morso c’è del croccante e del tenero insieme, crosta che sa di noci e mollica che sa di burro. Fa male, si sa, ma quando è buona, vuol dire che la farina si è trascesa nell’idea di pane.

Il pane migliora magicamente una quantità di cibi, formaggi freschi e stagionati, salumi, zuppe, carni e sughi. La baguette è il pane dell’alta cucina francese, ma accompagna bene quasi ogni sorta di cibo saporito dell’emisfero occidentale e anche orientale, dal Giappone al Vietnam. E’ anche grande amica del vino.

Ma possiamo uscire un momento dalla dimensione comunicativa e vedere i consumi reali di pane e vino? Potremo vedere la relazione inversa tra quanto se ne parla e quanto se ne mangia e se ne beve. Ci faremo un’idea di lungo periodo di quanto usciamo da un solco secolare.

Le fonti sul pane sono da rilevazioni Coldiretti. Quelle più recenti sul vino si possono trovare qui. Quelle relative al 1800 mi vengono da comunicazione orale di un cliente storico dell’agricoltura che ha tenuto alla Fondazione Einaudi una conferenza su Einaudi e la Vigna. Sono dati ricavati da studi del nostro primo presidente, quello che a un pranzo ufficiale era capace di dire a un suo vicino — Tutta la pera è troppa, non farebbe a metà con me?

Consumi di pane pro capite in grammi giornalieri

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Consumi di vino pro capite in litri giornalieri

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Verdicchio

Sostengo il verdicchio come bianco amico del cibo, col pesce certo (ma chi si fida del pesce se non è molto sopra le tue possibilità?), ma con le uova e i primi conditi con verdure, dice Massobrio, persino un Pad Thai, dico io.

Sarà per la sinergia acido-sapida, come direbbe un diplomato? Ma sì, certo, fiori bianchi, freschezza e salino in bocca — dissetante e corroborante; va bevuto a 7-9°.

Avevo una guida territoriale, Indigeno Marchigiano, ma amico, non sono più tempi di denaro speso in esplorazioni, devo fare ricerca con quello che ho, fichi secchi.

Un barberista astigiano mi disse di aver bevuto un verdicchio straordinario ad un incontro con importatore americano comune ad aziende diverse. Seppi poi da chi lo fa, incontrato qui in città in uno dei due viaggi annuali con cui rifornisce i marchigiani venuti a Torino nei ruggenti ’60 a lavorare in Fiat, che si tratta di una modesta massa di Verdicchio 2010 che da allora se ne è stato a temperatura costante in vasca d’acciaio nel buio di cantina, solo con se stesso, esposto al puro scorrere del tempo, e che Berta, altro importato, ne ha prenotate 120 bottiglie senza sapere il prezzo.

Quello in vendita sfuso da noi, se pur si chiama per nome Verdicchio dei Castelli di Jesi, per disciplinare un po’ meno snob di quelli piemontesi, non è quello lì, certo, ma porta con sé qualcosa di adriatico, una delle due forme di lontananza italiana, sopra e sotto, destra e sinistra.