Farina d’ossa

Come da qualche anno, in vacanza poco vino. Una mezza bottiglia di Mercurey 1er Cru del 2005, avanzata da chissà quanto nella casa in prestito, su un involtino primavera vegetariano, esperienza eterea di ciò che resta quando i muscoli sono un ricordo, eppure qualcosa resta e consuona. Un rosé, sottratto alla scorta di casa, e il giorno dopo, quando cerco di rimpiazzarlo, il visibilio di uno scaffale di un Carrefour di provincia che espone non esagero una quarantina di rosé, mentre le cose qui da noi sono così stupidamente nette, e le mezze misure una nicchia.

Visitato il monumento simbolo della Provincia di Torino, un forte ciclopico in Val Chisone che non ha mai dato prova di sé come sbarramento militare, in compenso ha ben funzionato come galera per diverse categorie di oppositori politici. Se non è voluto, è ben trovato. Invitato alla caffetteria del forte, di nome dei Forsat, declinai.

Passato molte ore sull’amata letteratura concentrazionaria, quest’anno Salamov. Poi il Limonov di Carrère. Da Salamov una citazione su un argomento che sempre mi occupa, il pane, e che piacerebbe a Federico del Laboratorio di Resistenza Dolciaria di Alba, così pasticcere così scettico sulle farine integrali. Dedicata al panettiere di Valdibella agricoltori.bio.

Con quei camion veniva trasportato giorno e notte, lungo la rotabile di mille verste, il frumento americano ricevuto in lend-lease dentro certi bei sacchi di tela con l’aquila americana. Con la farina si cuocevano delle razioni di pane gonfie e singolarmenrte insipide. Questo pane aveva una qualità straordinaria: tutti coloro che ne mangiavano smettevano di andare al gabinetto: una volta ogni cinque giorni, lo stomaco eiettava qualcosa, che sarebbe stato difficile definire deiezione. Stomaco e intestino assimilavano quel magnifico pane di farina bianca mescolata con mais, farina d’ossa e qualcos’altro – forse semplice speranza umana – e lo assimilavano completamente, senza residui; sarebbe ora di contare tutti coloro che sono stati salvati proprio da quel frumento d’oltremare.

Valdibella agricoltori.bio

Dal 3 giugno 2016 è aperto a Torino in via Genè 5 un punto vendita bio a filiera corta, dove fare una spesa bio non svuota il portafoglio. Si chiama Valdibella agricoltori.bio . In primo piano sta il fresco (frutta e ortaggi) e lo sfuso (legumi, cereali, frutta secca e altre materie prime). Vi si fa anche del pane con una forte personalità e un po’ di cucina da campo.

Il vino c’è, ma in secondo piano. Vinologo è tra i soci fondatori dell’impresa. Perché?

C’è con la Cooperativa Agricola Valdibella una consuetudine ormai decennale, diventata amicizia. Quando incontro le persone della cooperativa siciliana, sempre rimango colpito dalla pazienza, dall’assenza di disperazione, dalla fiducia interna che le cose buone vanno un passo alla volta. Ne esco un po’ guarito, come la donna che Gli toccò la veste in mezzo alla folla.

C’è l’apripista, il Marché Bio des Tanneurs a Bruxelles, visitato due volte, trovato un posto molto vivo, nel segno della qualità senza nome. Valdibella agricoltori.bio è su quelle stesse orme.

C’è il progetto, che è un progetto di mercato – evitare il modello convenzionale del bio, dominato dalla logistica, che mette in tensione il consumatore e il produttore, offrire un bio popolare – ma anche uno stile di vita: stare essenziali, ricordare che le piccole cose in cui ci perdiamo sono su uno sfondo più grande di noi.

Sharmelsheikizzazione

copertina_mozzarelle_o2Promuovo questo libro senza far mio l’armamentario concettuale. Nella fotografia dell’odierno spazio-tempo non vedo capitalismo ultraliberista di sorta, traduco anzi così il Presidente del Consiglio che in Borsa va a dire il capitalismo di relazione è morto: il capitalismo delle VOSTRE relazioni è morto, il capitalismo delle NOSTRE relazioni è vivo e vegeto.

Non vedo similmente austerità come causa. La spesa pubblica è in salute smagliante, le tasse anche di più, gli unici tagli sono alle deduzioni. Non sono varoufakisiano, iscritto da un pezzo al partito del non ce la facciamo, non vedo uscite e semmai individuali.

Non vi si parla di tasse. Peccato, perché la pratica fiscale del Genio del Marketing, o qul di frigu, come viene chiamato in sprezzatura nella Provincia Granda, è di certo rilievo. Nella polarizzazione tra precari e padroni, sarei più interessato alle fosse comuni dei kulaki della classe media.

Ciò detto, il libro è sistematico, come merita il suo oggetto, e pieno di fatti e di opinioni e di numeri, interessantissimo per i torinesi. Titolo cervellotico, che allude a un certo passo di Marx sul feticismo della merce, l’argomento è relegato al sottotitolo — lo slowfoodismo fatto sistema, la Matrix gastronomica.

Blues di Natale

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo.

Lunedì mi controlla la Provincia,
martedì mi controlla il Nas,
mercoledì mi controlla la Regione,
giovedì mi controlla l’Asl,
venerdì c’è la Repressione Frodi.
Sabato, sabato sono uno straccio, bellezza,
e domenica vado a potare.
Sì, il giorno del Signore vado a potare,
perché quando i controllori lavorano,
io lavoro per loro.
Ci sono più tipi di sbirri
che giorni della settimana, zucchero,
e sono tanto stanco.

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo.

Controllano tutti la stessa cosa
ma non si parlano tra loro,
così ciascuno mi può multare,
e se non è una multa è una tassa,
e se non è una tassa è un costo,
e se non è un costo è un obbligo,
che è lo stesso.
Signore, quattrocento anni lasciasti il tuo popolo
in terra d’Egitto,
quando mi trarrai fuori dalla schiavitù?
Quattrocento anni sono lunghi,
e sono tanto stanco.

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo,
oh no, non mi merito tutto questo.

———————————–

esodo_00 Cosa credi contadino, che qua sia meglio? Vieni pure al posto mio, ti martellerà 5400 volte in quattro mesi un loop di voci tibetane sparato a palla, metterà ordine nella tua vita, mai a dormire prima che smetta. E’ l’installazione di Richi Ferrero, un amico del sindaco, quello che si lamenta che non ha soldi e ogni anno il bilancio è più alto del precedente, neanche il municipio fosse quotato in borsa, il fanatico dell’imposizione locale.

Fioriscono le mille iniziative di professori di sociologia in pensione per proclamare il Roero, il Basso Monferrato, persino il Canavese, patrimoni dell’Unesco. Tu resisti muto, pensi che se passa, prima di tagliare una pianta dovrai fare domanda alle Nazioni Unite. Ma pensi che qui vada diverso? Qui siamo già travolti, la vocazione turistica, l’agenda degli eventi che ti lascia senza fiato, vietato il silenzio, lecito solo dis-trar-si, lecito solo pagare.

Quando un Mosè per noi, che ci porti lontano dal gigantismo municipale, che saldi i 6000 euri di debito sul cranio di ciascun torinese, sommati ai 31000 di ciascun italiano? Farebbe fatica a pagarli persino un altro amico del sindaco, l’Oscar Eatalyano, che dichiara come un operaio specializzato. A proposito, qualcuno sa come si chiama il suo commercialista?

Tasse urbane 1

tolstoj_01Hai letto l’ultimo libro di Scanzi. Di sommellier spiritosi non ne puoi più, di interviste ai vignaioli ne hai fin qua. Ti rarefai. Passi dal quasi blog al quasi nulla.

La Tarsu arriva dopo le elezioni. L’Amiat è in utile, ma la tassa aumenta del 10%. Però la paghi in 6 rate invece di 4. Il Comune ti pensa sempre.

Orecchi che parlano di aprire un’azienda in un giorno. Vuoi mettere su un bar. Scarichi il modulo del Comune per fare domanda di nuova licenza. Senza master alla Bocconi non riesci neanche a leggerlo. Si lascia capire invece che il Comune ti chiede i bigliettoni per l’impatto sulla viabilità. Lasci perdere. Sputi sulle liberalizzazioni, puh. Pensi che giù si chiama pizzo.

Leggi che per risolvere il problema dei troppi uffici, la Regione apre un nuovo ufficio, di Pronto Intervento contro l’Emergenza Burocratica.

Presenti il bilancio della tua attività. 5000 euri di utile, 3000 di IRAP e 1500 di IRES. Ti guardi intorno, non c’è nessuno a spiegarti quale interesse a stare in utile.

Pensi a Giovanni, a una cosa che dice. Uno di questi giorni brucio tutto. Quella esasperazione monferrina diventa urbana. Ecco, ti trovi in corso San Maurizio quando la ZTL è chiusa. Pensi che l’assessore al traffico non ha neanche la patente.

Colli Euganei

Mentre apriva la portiera osservò la bava grigia che copriva la ruggine dove si crepava la vernice coreana. Si chiese quanto vi fosse dell’alito dei suoi concittadini, e quanto di quello che inspirava fosse da loro espirato. Contò che una parte su settanta di quel lurido cocktail era fiato o scarico di un dipendente comunale. Portò la destra al fegato, cercò un pezzo di asfalto pulito e sputò. No, non era Knoxville, Tennessee. Salì sul furgone e mise in moto.

Era l’una e trenta legale di una giornata che più in alto era luminosa. Era diretto a Quistello e voleva evitare la nebbia col buio. Non sapeva che quella nebbia che aveva in mente, quella nebbia che molli la bici e sta in piedi da sola, quella nebbia non c’è più. Altro era da temere, la scrupolosa osservanza degli orari dei dipendenti della cooperativa. Quando arrivò allo scadere e ancora lo servirono, pensò che la mano del Signore era su di lui e fu grato.

Da Quistello a Ostiglia attraversò un buio padano dove nere erano le vacche e neri gli autoctoni. Dopo Mincio e Po, valicò l’Adige su un ponte militare. Era nella Serenissima.

monteforche Il mattino aveva appuntamento con Stefano Menti per fare visita ad Alfonso Soranzo sui Colli Euganei. Stefano è una figura insolita di produttore curioso di quello che fanno gli altri. Alfonso è sprofondato nel luogo che abita e lavora, non ha sito nè collegamento internet. In comune hanno la garganega. Il sostrato di Alfonso è vulcanico, quello di Stefano un lembo di Alpi.

Assaggiò. Consentì a farsi stregare dai Colli. Ascoltò cosa succede ai tuoi vini se tu non usi antibotritici, ma i tuoi vicini sì. I vini erano buoni puliti e giusti, ma più buona pulita e giusta era l’assenza di pensiline inutili e costose infrastrutture, la lontananza di élite altruiste, la signoria della manutenzione ordinaria.

Novembre minestra

cezanne_01 Quest’oggi solo pezzi di pensieri, che a metterli insieme non fanno neanche una minestra.

Tengo sottocchio il bilancio preventivo 2008 del Comune, che lo ricordo è la più grande azienda del comune. Vedo che le entrate crescono anche quest’anno, di circa l’8 percento, quelle extratributarie addirittura del 15 percento. So come lo chiamano i giornali, io lo chiamo nuovo feudalesimo, con tutti i suoi vassalli, valvassori e valvassini.

In campagna sono usciti i bandi che danno soldi pubblici regionali per investimenti in attrezzature e immobili. Normalmente arrivano 10.000 domande, quest’anno 2.000. Nel frattempo l’indice di indebitamento delle aziende agricole è passato da 100 a 106. Queste notizie mi arrivano da Giorgio Ferrero, che lavora in Coldiretti. Da Giorgio compro un vino novello da uve biologiche di freisa.

Seguendo altre situazioni, vedo l’azienda agricola contrarsi a quello che può fare la famiglia o il titolare, si dismettono terreni che si affittavano perché non c’è spazio per assumere nè per fare profitto. Vogliamo drammatizzare un po’? La chiameremo nuova servitù della gleba.

Intanto i difensori dei poveri hanno rimpinguato le casse con il Salone del Gusto. I presìdi li mettiamo all’Oval, se vendono meno pazienza, non è che gli possiamo regalare metri quadri da 400 euri l’uno. Non importa se ci sono meno visitatori, c’è l’ufficio stampa, parola d’ordine grande successo, l’era dell’ottimismo, la paresi del sorriso.

Del resto, cari visitatori: venti euri per andare al mercato…

Sono stato dietro all’uvalino, un’uva resistente al maltempo, di maturazione tardiva, che raccolta ai santi veniva usata per aiutare la fermentazione alcolica del secondo torchiato. Vive attorno a Costigliole, dove qualcuno cerca di valorizzarlo. Cascina Castlet ne fa una versione importante, Claudio Rosso ne mantiene due filari per una versione semplice che ha qualche affezionato cliente.

Semplice ma curato, come tutti i vini di Claudio. Forse diventerà anche lui un presidio Slow Food, ma ho declinato, optando per il cinismo di quelli che se alcune cose si estinguono c’è la sua ragione.

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Ognuno pranza solo
alla mensa popolare
una zuppa di verdura
ed è subito pera.

 

(Gino Patroni)

La qualità senza nome

soldati_copDue libri mi guidano. Uno è Vino al vino di Mario Soldati, l’altro è The Timeless Way of Building di Christopher Alexander.

Nel primo trovo un modo d’incontrare il vino che, si parva licet, è anche il mio. Il secondo mi è stato regalato da Adriano Comai (ciao Adri! grazie ancora) per un compleanno di anni fa, quando ancora credevo nella Rete. E’ un libro sui luoghi in cui ci sentiamo a casa nostra, perché hanno la qualità senza nome. Mi disse allora che era diventato un culto degli studiosi di astratti linguaggi informatici, ma francamente non ho mai capito bene perché. Però è un libro che ho amato da subito, perché apre porte. Sarebbe istruttivo fare un giro col libro di Alexander in mano per le meraviglie dell’ultima urbanistica del mio territorio, la Torino che non sta mai ferma — piazza Valdo Fusi, il Palazzo di Giustizia, il Nuovo Duomo al Piero della Francesca, la Spina 3, il PalaFuksas.

Voglio tradurre alcune righe di Alexander.

…..

alexander_cop Al centro sta una qualità della vita e dello spirito di un uomo, una città, una costruzione o un paesaggio. Questa qualità è oggettiva e precisa, ma non può essere nominata.

La ricerca di questa qualità è la ricerca centrale di ciascuno e il nodo di ogni storia individuale. E’ la ricerca di quei momenti e situazioni in cui siamo più vivi.

Il carattere di un posto è dato da certi modelli di eventi che vi avvengono con continuità.

I modelli specifici di cui è fatta una costruzione o una città possono essere vivi o morti. Nella misura in cui sono vivi, le nostre forze interne sono sciolte e ci sentiamo liberi; ma quando sono morti, siamo bloccati in conflitti interiori.

Quanto più i modelli di un posto — una stanza, un palazzo o una città — sono vivi, tanto più quel posto è un tutto unico, tanto più è luminoso, tanto più possiede quel fuoco che si autoalimenta e che si chiama la qualità senza nome.

E quando una costruzione possiede quel fuoco, allora diventa parte della natura. Come le onde del mare o l’erba di un prato, le sue parti sono governate dal gioco senza fine della ripetizione e della varietà che si creano nella presenza del fatto che tutte le cose passano. E’ questa la qualità stessa.

…..

La sensibilità per la qualità senza nome è la chiave di tutti i viaggi di Soldati alla ricerca del vino genuino. Non c’è guida migliore per capire il nesso vino-luogo — terroir direbbe il professionista. Tra le molte citazioni, ne sceglierò una dedicata a quelli che la soluzione è una nuova Denominazione Controllata.

…..

A volte, infami vini sono legittimi: e altri, illegittimi, squisiti. Perché la legge, nel suo sforzo, nobilissimo ma in estrema analisi vano, di essere uguale per tutti, finisce, a volte, col proteggere chi, applicando scrupolosamente la lettera, più nel profondo vìoli lo spirito.

Arneis adiòs

aferrio_2Passata una giornata a sprecare gasolio per cercare un bianco a km zero. Imbottigliatori battono il Roero a confiscare arneis bollinato offrendo 2,85 — anche 3 + iva. L’arneis in damigiana è finito. Quasi quasi mi iscrivo anch’io alla Confraternita dei Nemici dell’Arneis.

Uno era in città a consegnare, un altro l’aia era deserta, il terzo non ne aveva più. Angelo Ferrio ne aveva — come bianco da tavola — ma non l’ho comprato. Lo sentivo ossidato.

Lo è, conferma Angelo. Quello in eccesso ai bollini lo stocco in vasca e poi me lo dimentico. Non sto a filtrare, come quello in bottiglia. Lo faccio poi rifermentare con la nuova vendemmia, così torna buono di nuovo.

Angelo ha voglia di fare un po’ di comizio, e anch’io ho voglia di rognare.

Comincia sornione. Sentito lo scandalo del vino? Sì lì, i settanta milioni di litri di acqua e zucchero. Ma sì, mica fa male acqua e zucchero, no?

Assumo un’espressione poco convinta. Allora carbura, e ingrana la marcia di un piemontese troppo stretto per le mie orecchie.

Ma io ti dico che settanta milioni di litri è la punta dell’aisberg, ne gira 10 volte di più. Che se il vino fosse vino e basta, lo pagheremmo come il uischi.

Mah Angelo, sta idea braidese che le cose buone se le possa permettere solo il portafoglio gonfio, non la bevo mica volentieri.

Alt. Intanto Carlin Petrini gli dovrebbero mettere su una statua a ogni rotonda del Roero, perché ci ha ridato la dignità, a noi contadini.

Sì, ti ha dato tanta dignità che hai rifatto la cantina e devi pagare il mutuo e così ti è venuta sta idea snob che esprimi il territorio quando fai il vino e il mercato globale quando lo vendi.

Ma lo snob sei tu, che non capisci niente della campagna. Perché il contadino di una volta prima finisce il vino buono e poi va a prendere l’acqua e zucchero e riempie la vasca di nuovo, e poi di nuovo. E quando arrivi tu pensa ard’lu sì il piciu. Vino buono solo in bottiglia.

Ma non in tutte le bottiglie. Guarda che ne conosco tanti di contadini che non sono così e fanno vino sfuso dignitoso e talora buonissimo e se lo compra il territorio, non solo la California o il Giappone.

Mi piacerebbe vendere tutto il vino a Torino, ma non me lo comprano, non vengono fino da me, magari a dare un’occhiata in vigna se c’è ancora un po’ d’erba oppure no. Preferiscono andare al mercato del municipio la domenica e comprare la roba genuina. Va là genuina. Che i poveri contadini la comprano ai mercati generali. Fan la coda per i salami genuini fatti coi maiali morti malati, i cretini.

Mm. Comunque adesso te la dico io una cosa. Sono finiti i soldi, non ce n’è per le bottiglie da 10 euri.

Ma va là, che gli euri li hanno per mettersi in coda e andare a Spotorno tutte le domeniche. Però mangiare e bere bene no, sono finiti i soldi. Ma noi siamo quello che mangiamo.

Ecco, adesso tirami fuori l’altra tiritera braidese, che bisogna insegnare ai ragazzi fin dalle scuole eccetera eccetera.

Proprio.

Cascina Ca’ Rossa

Alti cibi

chirubaPubblichiamo un pezzo di discussione su Eataly avvenuta su slowit, con la nostra opinione e quella del coordinatore. Dopo una visita sul campo, posso dire con cognizione di causa che, nonostante l’ottimo lavoro di Negozio Blu, non si tratta di un’esperienza diversa da quella che puoi avere in un supermercato qualunque, e che paghi un alto prezzo per un alto cibo avvolto in alta ipocrisia.

To: SlowIt@yahoogroups.com
From: “Francesco Venier” <vf@libero.it>
X-Yahoo-Profile: il_coordinatore_di_slowit
Sender: SlowIt@yahoogroups.com
Mailing-List: list SlowIt@yahoogroups.com; contact SlowIt-owner@yahoogroups.com
Delivered-To: mailing list SlowIt@yahoogroups.com
Date: Thu, 01 Feb 2007 17:16:59 -0000
Subject: [SlowIt] Ogg: Slowfood entra nel business dei parchi a tema?
Reply-To: SlowIt@yahoogroups.com
X-Yahoo-Newman-Property: groups-email-trad

Marco,
Sono d’accordo con le tue valutazioni ma mi pare manchi un pezzo al
tuo discorso.

SF, volenti o nolenti, e’ gia’ un brand
(http://it.wikipedia.org/wiki/Marca) nazionale piuttosto forte.  Se
vovessi farne una valutazione commerciale a spanne direi cha ha un
valore come minimo di 50.000.000 di euro.

La sua credibilità, quindi il suo valore, deriva dal disinteresse e
dalla passione di tutti coloro che hanno contribuito a costruire
l’associazione.

Finora SF ha usato la forza del suo brand soprattutto per sostenere
l’educazione al gusto, le piccole produzioni (creando anche qualche
mostro) e, che io sappia unico momento di relativa monetizzazione del
brand, organizzare i saloni in cui a mio avvisola finalità economica
rimane comunque in secondo piano rispetto a quella educativa.

Eataly è a mio avviso un punto di svolta.  Posto che non sono sicuro
che SF percepisca delle royalties per l’uso del marchio (che non ha
nulla a che vedere con la consulenza), ma lo do per scontato
altrimenti sarebbe una assurda regalia a chi non ne ha bisogno, si
tratta della prima volta che al massimo livello l’associazione
istituzionalizza la commercializzazione del suo brand (cosa peraltro
ampiamente fatta in piccolo da molti fiduciari specie all’estero).

Se questo, una volta pagati i “consulenti” di Eataly, produrrà
maggiori risorse per l’associazione che saranno incanalate in modo
coerente rispetto alla mission di SF, ovvero proprio per sostenere la
varietà ed i piccoli produttori che sono tagliati fuori dai sistemi
della distribuzione organizzata e dai megastore più trendy, per me è
una operazione buona.

Ciao a tutti,
Francesco

— In SlowIt@yahoogroups.com, Marco Ferro <marcoferro@…> ha
scritto:
>
> Salute a tutti,
>
> e’ la prima volta che intervengo e cerchero’ la sintesi: Eataly a
> partire dal suo nome globalizzato e’ un’espressione titanica di
> volonta’ di potenza e nichilismo, che non fara’ bene ne’ alle citta’
> ne’ ai piccoli produttori.
>
> Con la connivenza delle pubbliche amministrazioni, il sostegno delle
> banche e la partecipazione della Lega delle Cooperative creera’ altri
> 10, 100, 1000 santuari artificiali per il passeggio concentrato di
> umanita’ inconcludente, favorendo il controllo sociale,
> l’omologazione dei comportamenti e la desertificazione commerciale
> degli altri quartieri. Auchan a nord, il Bennet a est, le Gru a
> ovest, Farinetti a sud e niente in mezzo: e’ cosi’ che i municipi
> amano le loro citta’.
>
> Un effetto mediatico di Eataly sara’ di convincere che l’enciclopedia
> dei prodotti cola’ selezionati esaurisca il mondo della qualita’,
> sara’ come il diserbante sparso con l’elicottero sulla biodiversita’
> dei piccoli produttori assenti o resistenti.
>
> I piccoli produttori peraltro se lo meritano, perche’ quelli presenti
> a Eataly avranno accettato il contratto standard di Farinetti: mi dai
> un bancale all’anno per tre anni, il primo bancale meta’ te lo pago
> con sconto 10 e meta’ me lo regali. Con un po’ di aritmetica, vuol
> dire uno sconto del 27% — capito enoteche? mentre voi pagate a
> prezzo di listino… E la piantino Carlin e Farinetti con i ricarichi
> giusti in conferenza stampa, che nessuno se li puo’ permettere alti
> come Eataly.
>
> Ci sono nel progetto delle contraddizioni tali che possono stare in
> piedi solo contandosi delle gran balle, e che meritano l’augurio
> collettivo che la cosa non prenda troppo piede.
>
> Saluti,
>
> Marco Ferro
> ———–
> www.vinologo.it
>
>
> > Ciao Francesco,
> >
> >Per carità! Il buon Sergio non c’entra nulla. Nemmeno Slow Food a
> >dire il vero, nel senso che Eataly si propone di aprire in 10
città
> >d’Italia che sono le più grandi del nostro paese, salvo forse
Verona
> >che viene proposta anche in virtù di altri elementi (per la
> >posizione, perché è la città di Vinitaly, perché il Veneto non ha
> >altre sedi in ipotesi).
> >Comunque, approfitto dell’occasione per aggiungere a quanto è già
> >scritto nel nostro comunicato che l’obiettivo di Eataly non è
quello
> >di ricadere nelle logiche “massificanti” ma bensì di ampliare il
> >pubblico di fruitori di cibi di qualità. Dove per qualità non si
> >intendono (solo) le eccellenze assolute, ma più in generale
prodotti
> >buoni, più buoni di quelli che si trovano normalmente nella grande
> >distribuzione.
> >Per fare ciò Eataly si propone di puntare molto sulle produzioni
del
> >territorio in cui nasce, e quindi ogni nuovo Eataly dovrà sapersi
> >guardare attorno.
> >Per costruire il team di fornitori del punto vendita di Torino si
è
> >lavorato 3 anni, partendo quindi da lontano. Per gli altri ci
vorrà
> >meno tempo ma sicuramente non assisteremo all’apertura di un nuovo
> >Eataly tra pochi mesi.
> >Noi di Slow Food non siamo entrati nel business (stiamo fornendo
una
> >consulenza sull’individuazione dei potenziali fornitori e sulla
> >parte didattica) e ci auguriamo che Eataly sappia mantenere la
> >propria promessa. Se così sarà, continueremo a collaborare.
> >La prima volta che passi da Torino vallo a visitare, così potrai
> >giudicare questa prima tappa del progetto.
> >Un saluto,
> >
> >Cinzia
> >
> >
> >
> >
> >
> >Cinzia Scaffidi
> >Slow Food
> >Via Mendicità 14
> >12042 Bra (Cuneo) – Italia
> ><http://www.slowfood.it>http://www.slowfood.it
> >
> >
> >
> >
> >Ciao a Tutti,
> >
> >Qualcuno ha visitato Eataly (vedi articoli e CS SlowFood in
calce)?
> > Da quello che leggo è una specie di parco a tema sul top-food.
> > Alla prima occasione vengo a Torino a farmi un giro.
> >
> >Certo che si corre un po’ il rischio di ricadere nelle logiche
> >”massificanti” per combattere le quali SF è nato non vi pare?
> >
> >Leggo che la rampante iniziativa ha progetti di espansione
piuttosto
> >ambiziosi  ma Trieste è lasciata fuori.  Sarà mica colpa di Sergio
> >che si rifiuta di tenere a battesimo l’eventuale filiale locale
> >J
> >
> >Un saluto a tutti da Francesco Venier
> >
> >
> >
> >27-01-2007
> >
> >ITALIA OGGI
> >Qualità, nasce Eataly … Un nuovo business messo in campo da
> >Slowfood e Coop. Da Torino una catena di food-viliage… Torino,
> >nell’ex opificio Carpano, a pochi passi dal complesso
polifunzionale
> >del Lingotto, è nato Eataly, il primo grande mercato dedicato agli
> >alti “cibi”, dove l’enogastronomia di qualità, soprattutto
> >piemontese, ma più in generale italiana, con qualche concessione
> >all’Ue, incontra i prezzi sostenibili tipici della grande
> >distribuzione.
> >Il tutto all’insegna del motto, di Wendell Berry, il celebre
> >contadino- poeta del Kentucky, divenuto famoso anche grazie a Slow
> >food, secondo il quale “mangiare è un atto agricolo” e quindi, in
> >buona sostanza, il primo gesto agricolo lo compie proprio il
> >consumatore scegliendo ciò che mangia. E per la prima volta in
> >Italia all’enogastronomia di qualità è dedicato un luogo dove è
> >possibile l’incontro con il consumo di massa o comunque non più di
> >nicchia. Eataly non sembra però destinato a rimanere un caso
> >isolato: dopo Torino la proprietà ha annunciato aperture a Genova,
> >Milano, Verona, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Palermo. A oggi
si
> >tratta comunque di un luogo certamente unico dove si può comprare,
> >mangiare e imparare a riconoscere il cibo di qualità, ad
apprezzano
> >a tavola, ma anche a cucinano a casa grazie ai corsi di cucina
> >curati da grandi chef piemontesi. Eataly è nato da un progetto
> >dell’imprenditore Oscar Farinetti, con la consulenza tecnica di
Slow
> >food (ieri all’inaugurazione ufficiale era presente anche il
> >presidente, Carlo Petrini) e la partecipazione di tre grandi
> >cooperative: Coop Adriatica, Coop Liguria e Novacoop Piemonte.
> >Eataly occupa una superficie di circa 11mila metri quadrati
> >all’interno della storica fabbrica dei vermouth Carpano dismessa a
> >metà anni 90 e completamente ristrutturata nell’arco di tre anni,
> >sotto il vincolo della Soprintendenza. All’interno dell’ex
opificio
> >vi sono 3.200 metri quadrati destinati ad aree didattiche, 2.450
> >metri quadrati per la vendita e la somministrazione del cibo (con
un
> >ristorante di livello nel seminterrato e tanti piccoli ristoranti
> >tematici informali dove è possibile degusta,re sul posto ogni
> >prelibatezza in vendita) e 820 metri quadrati destinati a percorso
> >coperto aperto al pubblico.
> >Le aree di vendita sono tematiche: il pesce, la carne
(rigorosamente
> >del Cuneese), i formaggi e i salumi (accanto alla vendita al banco
> >sono presenti sale di affinazione nel seminterrato), la frutta e
la
> >verdura, il caffè e il tè, il gelato artigianale, la pasta fresca
e
> >la pasta secca di alta qualità, il pane e i dolci appena sfornati
> >cotti in un forno a legna in pietra da un cuoco francese, i vini
> >(oltre 40 mila bottiglie), la birra da tutto il mondo con alcune
> >presenze significative di piccoli birrifici artigiani piemontesi.
> >Non solo. Una biblioteca tematica ospiterà a regime mille volumi
> >ispirati al mondo del cibo e numerose riviste di settore e una
> >capiente sala conferenze da circa 200 posti consentirà di
sviluppare
> >urta significativa attività convegnistica.
> >Autore: Alessio Stefanoni
> >
> >
> >27-01-2007
> >
> >IL SOLE 24 ORE
> >Eataly, megastore di enogastronomia … Alimentare. Parte dal
> >Lingotto il progetto di Farinetti: una catena dedicata ai prodotti
> >tipici… Da New York sono in tanti ad aspettarne l’arrivo. Ma per
> >il debutto di Eataly, il più grande centro enogastronomico del
> >mondo, Oscar Farinetti, piemontese, 52enne, ex-presidente di
> >Unieuro, ha scelto proprio l’Italia. E ha scelto il Lingotto di
> >Torino dove ieri sono stati inaugurati oltre 10mila metri quadrati
> >di sapori e prelibatezze: tutti rigorosamente italiani. La
location
> >è un edificio storico caro ai torinesi, la sede della fabbrica
della
> >Carpano, datata 1780, dove nacque il “Punt e mes” e oggi l’inizio
di
> >una catena di io megastore enogastronomici concepiti secondo una
> >formula nuova.
> >Tutto per promuovere il meglio dell’alimentare italiano a prezzi
> >accessibili. Dal punto di vista finanziario la società Eataly
> >Distribuzione è partecipata al 60% dalla holding della famiglia
> >Farinetti e per il restante 40% da Coop Liguria, Coop Piemonte e
> >Coop Adriatica. Eataly Distribuzione investirà 20 milioni di euro
> >per ogni megastore aperto.
> >«Eataly è un progetto nato tre anni fa per la vendita su Internet
> >dei prodotti artigianali italiani di massima qualità – dichiara
> >Farinetti -. È l’unione di piccoli produttori che da generazioni
in
> >generazione creano cibi e bevande di altissima qualità in piccole
> >quantità selezionati in collaborazione con Slow Food». Lo spazio
> >Eataly è cosa diversa da una semplice show-room del palato perché
> >riunisce in una cornice elegante 3mila metri quadrati per la
vendita
> >al pubblico di specialità, otto ristoranti, due bar caffè, una
> >agrigelateria e dieci aree didattiche con una grande biblioteca
> >dotata di 10 personal computer e internet. Qui i clienti possono
> >imparare a cucinare, accostare, mangiare e scegliere il meglio del
> >made in Italy. E un’agenda tra corsi di cucina con chef famosi e
> >presentazioni di oltre 200 eventi per il 2007.
> >Farinetti ha creato in tre anni una rete di raccolta e
> >valorizzazione dei prodotti artigianali alimentari di pregio
> >acquistando piccole aziende di altissimo livello come il
pastificio
> >di Gragnano, una dozzina di salumifici e aziende agricole
> >artigianali oltre a una serie di partecipazioni in altre aziende.
E
> >dopo Torino, in attesa dello sbarco a New York dove uno dei
maggiori
> >immobiliaristi di Manhattan, appassionato dell’Italia e della sua
> >gastronomia, tiene pronto un grande spazio al Rockfeller Centre.
> >Poi, per quanto riguarda ancora l’Italia, arriveranno i 7mila
metri
> >quadrati della Stazione marittima di Genova restaurata in
occasione
> >del G8 e quindi Milano, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli,
Bari
> >e Palermo, ciascuno con un investimento intorno ai 20 milioni di
> >euro. «Tempi e modi dipenderanno anche dai risultati di Torino –
> >puntualizza Oscar Farinetti – ma ce la faremo, siamo molto
> >fiduciosi».
> >Autore: Paola Guidi
> >
> >
> >
> >
> >
> >Comunicato stampa di SlowFood.
> >
> >
> >
> >  Italia – 26/01/2007
> >  L’apertura di Eataly a Torino
> >
> >
> >  Dopo quattro anni di lavori, e accompagnato negli ultimi giorni
da
> >grande attesa e curiosità, finalmente apre Eataly, nello storico
> >edificio che ospitava la Carpano, in via Nizza a Torino. Là dove è
> >nato il vermouth, la cui storia è ricordata nel museo che Eataly
ha
> >realizzato e ora ospita al suo interno. A pochi passi dal
Lingotto,
> >dove tre mesi fa si sono celebrati Salone del Gusto e Terra Madre.
> > Si può dire che Eataly è figlio del Salone del Gusto (c’è chi
l’ha
> >definito un Salone che dura tutto l’anno) o se preferite un figlio
> >del percorso fatto da Slow Food in vent’anni. Eataly sarebbe nato
> >anche senza la collaborazione di Slow Food, magari non a Torino,
> >magari non uguale, ma non necessariamente meno bello.
> > Eataly sin dall’inizio ha cercato la collaborazione di Slow Food,
> >sia perché riconosceva nella nostra associazione la propria fonte
> >d’ispirazione principale, sia perché il creatore di Eataly, Oscar
> >Farinetti, è di Alba ed è amico di Carlo Petrini da oltre
trent’anni.
> > Prima di proseguire occorre però fornire qualche altra notizia.
> >
> > Ci sono due grandi temi sui quali all’interno di Slow Food ci si
> >confronta ormai da quasi dieci anni: l’opportunità di creare un
> >marchio per i prodotti dei Presidi; la possibilità di impegnarsi
> >direttamente nella commercializzazione dei prodotti dei Presidi.
> >Temi ricorrenti non solo nelle riflessioni fatte in seno
> >all’associazione, ma spesso oggetto di domande da parte di
> >giornalisti e interlocutori esterni. Temi legati tra di loro ma
> >soprattutto temi presenti, più di ogni altro argomento, nelle
> >richieste che i produttori – tanto del nord quanto del sud del
mondo
> >- rivolgono alla nostra associazione.
> > Al quesito legato alla creazione di un marchio abbiamo dedicato –
> >oltre a tante discussioni – la gran parte dell’incontro con i
> >produttori dei Presidi italiani che abbiamo fatto nel maggio 2005
in
> >Sicilia. E non siamo ancora arrivati a una conclusione, tanto che
> >l’argomento è ancora tra i più gettonati sia in eventi ufficiali
che
> >in momenti informali che ci vedono confrontarci con il mondo della
> >produzione. Ad oggi non abbiamo mai considerato opportuno
occuparci
> >direttamente della realizzazione e gestione di un marchio, ovvero
> >della certificazione dei prodotti, che sarebbe anche un bel
business
> >ma rischierebbe di incidere in modo piuttosto pesante
sull’identità
> >e la mission di Slow Food. Anche perché quello che fa Slow Food in
> >Italia poi lo ripetono Slow Food Usa, Slow Food Germania, Slow
Food
> >Giappone, eccetera. Quindi, dovesse mai arrivare il giorno in cui
si
> >prenderà questa decisione, bisognerà avere costruito un percorso
> >assolutamente ineccepibile in tutti i suoi passaggi.
> > Ugualmente, rispetto al tema della commercializzazione dei
prodotti
> >siamo sempre stati convinti che non fosse opportuno entrare
> >direttamente in pista, ovvero realizzare nostri punti vendita o
> >comunque commercializzare noi stessi i prodotti. Per gli stessi
> >motivi di cui sopra: il business sarebbe garantito, ma la
> >possibilità di mantenere un ruolo super partes rispetto ai singoli
> >produttori diventerebbe certamente più complicato.
> >
> > Ciò detto, risulta evidente che non è possibile evitare un
> >confronto su questi temi quando le sollecitazioni sono quotidiane,
e
> >quando arrivano in modo particolare da quei produttori con i quali
> >ci siamo proposti di dialogare per individuare interventi utili a
> >contenere il quotidiano depauperamento del nostro patrimonio
> >alimentare. Siamo stati noi a cercarli, già a partire dai primi
anni
> >’90; siamo stati noi a sollecitarli affinché recuperassero il loro
> >impegno in ambito produttivo, garantendo che avremmo creato
> >l’attenzione del pubblico necessaria per ritrovare il mercato. A
noi
> >loro chiedono ancora oggi un aiuto per stabilire un rapporto con
> >questo mercato che non ha ancora definito del tutto né una nuova
> >figura di consumatore (quel co-produttore che ci immaginiamo
proprio
> >noi di Slow Food) e che sta cercando il luogo in cui realizzarsi,
> >tra mercati contadini da un lato e grande distribuzione che si
> >contamina (almeno per l’immagine) con prodotti tipici e
d’eccellenza.
> >
> > In questo quadro si colloca Eataly.
> > Oscar Farinetti si è presentato quattro anni fa con un progetto e
> >alcuni disegni che di diverso da quello che si può finalmente
vedere
> >oggi avevano solo la sede, nel senso che non era ancora stato
scelto
> >Palazzo Carpano. E nemmeno Torino, a dire il vero, alla cui scelta
> >ha contribuito in maniera determinante proprio Slow Food.
> > Il progetto ci è piaciuto moltissimo, da subito. Ci siamo
> >confrontati in seno ai nostri organismi dirigenti (Segreteria
> >Nazionale e Consiglio dei Governatori) in merito alle due
decisioni
> >che dovevamo prendere e che abbiamo preso poi all’unanimità: la
> >prima riguardava la proposta di collaborare al progetto, e come
> >evidente abbiamo deciso per il sì; la seconda era la proposta di
> >entrare nella compagine sociale, come ci era stato proposto, e
> >abbiamo optato per il no. Ovvero abbiamo deciso che era giusto e
> >importante fornire un contributo in termine di know-how legato
alla
> >conoscenza di prodotti e produttori (abbiamo realizzato un enorme
> >database a cui Eataly attinge per trovare i propri fornitori) e in
> >termine di attività educativa, che ci vedrà partecipare
soprattutto
> >nell’attività dedicata alle scuole, che partirà in autunno. Poi ci
> >sono anche i Presidi, come ovvio, ma era per noi centrale fornire
un
> >contributo a tutto il progetto, anche per misurarci su altre
> >produzioni.
> > La scelta di non diventare soci di Eataly e di limitarci a un
> >rapporto di consulenza, rinnovabile annualmente in base alla
> >reciproca soddisfazione dei due partner, ci è sembrato più
corretto
> >rispetto a chi siamo e cosa dobbiamo fare. Fornire una consulenza,
> >invece, lo consideriamo in linea con gli scopi che si propone la
> >nostra associazione. Slow Food non avrebbe mai potuto fare Eataly,
> >nemmeno volendolo. Ma per fortuna c’è un imprenditore che ci ha
> >creduto e ha provato a farlo, così come negli anni passati ci sono
> >stati tanti altri uomini e donne che, spinti dal nostro lavoro,
> >hanno avviato imprese di successo. Certamente questa è una
scommessa
> >più grossa, la più importante a cui abbiamo assistito sino ad ora:
e
> >anche per questo dal suo successo dipenderà nei prossimi anni un
> >cambiamento non da poco nel mondo della produzione e della
> >distribuzione alimentare, almeno nel nostro paese. Un cambiamento
in
> >meglio, ovviamente, che aspettavamo da tanto tempo e che il solo
> >lavoro di Slow Food non sarebbe stato sufficiente a determinare.
> > A voler essere ottimisti – come è giusto essere nonostante le
> >catastrofi annunciate per il futuro del nostro pianeta – ci sarà
da
> >divertirci. Soprattutto per degli inguaribili amanti delle cose
> >buone (come noi di Slow Food).
> > In conclusione è giusto ricordare ancora una volta che Eataly non
è
> >di Slow Food (come qualcuno erroneamente crede) e Slow Food non è
di
> >Eataly (come qualcuno sciaguratamente teme).
> >
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Slowit: la comunita’ online dei soci Slow Food.
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Il BLOG delle Condotte: www.slowfoodblog.com/it
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