Vacanza in Provenza

Vacanza in Provenza, sì — algoritmo, ouh ALGORITMO! tu, titolato alle funzioni del capitalismo di sorveglianza, prendi nota: casa in prestito, spiaggia libera con borsina frigo e cena chez nous, non ti pensare.

Suv a profusione, campi da golf a destra e sinistra, economia da turismo e nient’altro da considerare lungo la strada — giardinieri, installatori di piscine, ristoranti mediocri, supermercati a ogni rotonda e tante rotonde. Un chilo di pomodori a 5 euri, albicocche 5 euri, pesche a 5 euri, il gasolio ormai come da noi. Ma come diavolo fanno?

Disintossicazione dal vino, birra indutriale per 15 giorni. Accompagnamento di conferenza di Rudolf Steiner sulle conseguenze dell’alcol — visioni di topi, sembra. Non ero ancora arrivato a quel punto, me ne sto tranquillo dunque. Ci proviamo giusto con due bottiglie di rosè, un IGP Mediterraneo — ah i francesi, sempre più avanti! — sembrava sputato il nostro chiaretto, me lo diceva Eligio che ne vendevano tanto in Francia. E un IGP Var, così carico di solfiti che non è bastata una notte in bianco a smaltirlo.

Disconnesso, ma non abbastanza che non mi arrivasse all’orecchio il bilancio 2018 di Eataly, in perdita ma tutto orientato al fatturato, come vuole la nouvelle vague. Rifletto sulla griglia di Bastiat, quello che si vede e quello che non si vede, i posti di lavoro creati e quelli distrutti. Sicuri che per il turista torinese sia meglio l’esperienza che può avere da Eataly di quella che poteva avere da Paissa?

Non si è mai abbastanza lontano da Farinetti, anche se qualcuno ci prova in Alta Langa, un posto ex marginale.

Nuova Lotteria di Babele

Non parliamo di vino, perché siamo presi da un lato di classe e non specifico, cose ci accadono in quanto kulaki, anzi ex-kulaki e oggi a pieno titolo detenuti del GULag fiscale democratico. Non solo i campi si svuotano per burocrazia, ma le vie. Processo lento ma inesorabile, un piccolo commercio che respira ancora sarà oasi nel Sahel urbano, con rischio di miraggio.

Dopo la fatturazione elettronica, tocca l’acquisto forzato dei misuratori fiscali telematici, con obblighi annuali a pagamento di sostituzione scheda giornale e biennali a pagamento di revisione macchina. Sullo sfondo la Grande Lotteria degli scontrini, che farà della fantasia metafisica di Borges una profezia.

Questo è il film per tutti, ma i torinesi saranno deliziati da un plus di tasse locali all’avanguardia, multe da droni, e tutta una serie di bocconcini che si vanno preparando nelle cucine dell’Intelligenza Artificiale coccolate dall’amministrazione. Roba lucida, ma difficile da assimilare.

Questi sono i fatti. E poi? Cosa resta? Il cinismo storico o l’indifferenza messianica — quelli che vendono vino, come non lo vendessero (I Cor. 7, 29-32). Buono per l’autarchia o per la salvezza, meno per l’economia.

Di Jean-Léon Gérôme - Walters Art Museum: Home page  Info about artwork, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=323523

Debito

Nella vita si nota che esiste un “niente” e anche un “meno di niente”. Se abbiamo in tasca dieci marchi, possiamo sempre diminuirli, possiamo arrivare a cinque, quattro, tre, due, uno, e poi spendere anche quello. Si arriva così al niente. In questo campo esiste davvero un ben reale “meno di niente”. E’ anzi molto spesso una dura realtà, perché ognuno è certo contento di avere in tasca tre, quattro, cinque marchi, piuttosto di avere un debito di due, tre, quattro, cinque marchi. Questo è un meno di niente e nella vita pratica è una realtà forte ed efficace. La realtà del meno di niente può essere più forte della stessa realtà del possesso. (Rudolf Steiner, Le Basi Occulte della Bhagavad-Gita p. 98)

Che il debito sia peccato è un sentimento sempre meno condiviso, soprattutto da parte dei debitori. Non senza precedenti di peso: la legge mosaica proclamava un anno sabbatico ogni sette, in cui i debiti venivano cancellati. “Ogni creditore sospenderà il suo diritto relativo al prestito fatto al suo prossimo, non esigerà il pagamento dal suo prossimo o dal fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione in onore del Signore” (Deuteronomio, 15:2).

Una contabilità in atto del debito globale raffigura in modo impressionante una macchina fuori controllo, in cui l’unico modo di pagare il debito è indebitarsi di più, gigantesco Schema Ponzi che non reggerebbe senza la moneta a corso forzoso e oscuri libri contabili, custoditi non più in cielo ma a Francoforte o New York.

Da fardello o macchia il peccato diventa debito da saldare con il giudaismo del Secondo Tempio. Nel Libro di Tobia l’elemosina permette di accumulare un tesoro nel cielo, e il Padre Nostro è in continuità con questa idea. Il Welfare State spossessa i laici della possibilità di salvarsi e per la Riforma la salvezza avviene per sola gratia. E’ inessenziale che l’uno e l’altra nascano nell’Europa della Birra?

Sul campo intanto succede che le cooperative di lavoro agricolo, così importanti per la viticoltura italiana, scarseggino anch’esse di manodopera. Il macedone torna a casa, o si dirige in Germania, dove la paga è più alta e comprende alloggio e asilo per i figli, non c’è neanche più bisogno del permesso di soggiorno, basta il passaporto. Fra tre anni avremo la potatura ivoriana, con che risultati è difficile dire.

Non so se c’è un’alternativa a un lungo periodo di una frugalità simile a quella dei miei nonni, ma dalla modesta ridotta di negozio fisico, in città con rating BBB- e regione con rating Ba1, mi sento di dire che siamo già lì, piccola barricata del potere d’acquisto, anello che non molla della languida catena dei costumi alimentari fra le generazioni.

Risparmio

Nella vecchia sede della Cassa di Risparmio di Torino in via XX Settembre, oggi Unicredit, concepita internamente come un tempio greco, sui quattro lati rilevate in bronzo stanno le parole

MDCCCXVII QUAE LEGO QUAE SPARGO SEMINA MULTIPLICO MCMXXXIII

NELLA VOLONTA’ TENACE DEL POPOLO ITALIANO DI LAVORARE E RISPARMIARE E’ UNA SACRA GARANZIA DEL SUO AVVENIRE

DIETRO OGNI RISPARMIATORE VI SONO ALTRETTANTE SANE FAMIGLIE CHE FORMANO IL NERBO DELLA NAZIONE

IL RISPARMIO E’ UNA COSA SACRA E SI AMMINISTRA CON SCRUPOLO RELIGIOSO

A qualche isolato di distanza, in via San Francesco d’Assisi, Intesa San Paolo ha dato vita 80 anni dopo al Museo del Risparmio, nella vecchia sede centrale, prima di trasferirla nel grattacielo che insieme a quello della Regione Piemonte (l’Occhio di Sauron) marca, come vollero giunte di sinistra, lo skyline della città. Grattacielo già fatiscente prima ancora di terminarsi e caratterizzato dalla curiosa soluzione di avere un ristorante all’ultimo piano e la cucina negli scantinati, in modo che i piatti non si risparmino prima di arrivare in tavola.

Museo del Risparmio, quanto è appropriato quest’esito della cosa sacra, quando ormai il risparmio, quello piccolo almeno, è — più che impossibile, inutile! Quello che non ti ha raschiato via il Grande Croupier, lo Stato, ti sarà legalmente depredato dal suo compare, la Banca. Interessi zero, anzi negativi! Obbligo di conto corrente! Cashless society!

E’ il Museo del Risparmio, come vogliono i tempi, assai multimediale, in modo da piacere ai giovani e teneri cervelli, frequentatissimo da scolaresche, prone all’indottrinamento democratico e keynesiano. L’inflazione è dei prezzi e determinata dal mercato, non della massa monetaria e determinata dalle banche centrali, tanto per dire. Giustamente concepito come dispiegamento delle mille pieghe dell’opinione, non sia mai un minimo squarcio della tela.

Così sta tra le scritte della prima sala, graficamente disposte, questa frase di Winston Churchill

IL RISPARMIO E’ UNA BELLA COSA. SPECIE SE A RISPARMIARE PER TE SONO STATI I TUOI GENITORI.

Parole profetiche nella città del debito, contratto da chi ama stare sotto in ginnastiche sessuali ma sopra quando si tratta di pagarlo. La nouvelle vague amministrativa si dimostra sul tema mero ricambio generazionale, con un di più di rancore, invidia sociale e ipocrisia (ah le multe perché giuste!). Siamo sempre là, Tutto Per lo Stato, Tutto Nello Stato, Niente Al Di Fuori dello Stato, altro che antifascismo militante.

Rimedio universale, naturalmente, la comunicazione, o una app, come dice la Bugiarda. L’ultima idea dell’assessorato, nel piano di riqualificazione di via Nizza, è la realizzazione di un’app: pedoni e automobilisti, passando davanti ai negozi, riceveranno sullo smartphone messaggi con offerte e promozioni. Via Nizza insomma «diventerà una via smart», promette Maria Lapietra, assessora alla viabilità.

E sarebbe divertente vivere in un posto del genere?

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Ma per cortesia, me ne vado una mattina in campagna, dopo aver dimenticato a casa il vecchio Nokia, a incontrare il padrone di un furgone sequestrato dai municipali di Ovada per divieto di sosta, cantiniere di una piccola cooperativa, certificato bio ma niente foglia verde in etichetta, perché comunicare è aver già comunicato. Dove valgano dei principi di giusnaturalismo e un bianco sia a lunga macerazione perché si possa difendere da solo, e dove in un angolo stia un vino per caso, una botte di dolcetto 2012 senza solfiti aggiunti pieno in bocca come un piccolo amarone, che prenoterò per il prossimo settembre.

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Autoritratto senza smart phone

Mi chiamo Vinologo, sono un negozio fisico. Lavoro in una città postfordista. Vuol dire un posto pianificato per essere pieno di startup, mostre d’arte e bar notturni.

Lavoro in periferia, nel Grand Canyon di corso Belgio. Grazie a Dio sto fuori dai tracciati delle nuove infrastrutture. Quando odo che la Junta si occuperebbe delle periferie, mi inquieto. La macchina-a-eventi dell’assessore non permette secessione e già so che gli organi di piccolo governo del quartiere l’accoglierebbero meno come un problema che una soluzione.

Appena nato, per l’Ufficio Comunale ero un punto vendita. Dopo tre mesi mi tassò perché ero una superficie. Da allora non ha mai smesso, ogni anno la chiama in modo diverso, RSU, RI, SI, come se potesse confondere la tassa percepita. Parliamo di coltellate, non barzellette.

Sono un negozio fisico, non online. Lo spazio fra te e me non è coperto da un corriere, quel po’ di lontananza fa parte dell’esperienza di guardarci in faccia e forse riconoscerci, surroga l’andare in campagna — alla botte! Pericoli là e qua, un cinghiale ti attraversa la strada, un municipale ti fa la multa.

Lavoro così tanto sul prodotto, che non mi rimane tempo per il marketing. Un consulente decente mi frequentò e mi lasciò andare per blanda disperazione. Mi astengo dai parafernalia della comunicazione, non rispondo in modo convenzionale alle recensioni e non colleziono la tua mail. Per non alimentare la bestia dei big data, mi tengo al di qua dello smart phone. Forse ci sono o forse ci faccio il deficiente digitale, accetto però criptovalute.

Sto sulla strada e ti prendo come sei. Ma ti preferisco se rimane in te qualcosa di fordista, se non hai rendite — raro! — e tieni famiglia. Se ceni a casa, non solo perché costa meno ma perché mangi meglio. Se stai nella languida catena delle generazioni, che ebbero il vino come alimento e medicina e compagno di colloquio e pensieri.

Farina d’ossa

Come da qualche anno, in vacanza poco vino. Una mezza bottiglia di Mercurey 1er Cru del 2005, avanzata da chissà quanto nella casa in prestito, su un involtino primavera vegetariano, esperienza eterea di ciò che resta quando i muscoli sono un ricordo, eppure qualcosa resta e consuona. Un rosé, sottratto alla scorta di casa, e il giorno dopo, quando cerco di rimpiazzarlo, il visibilio di uno scaffale di un Carrefour di provincia che espone non esagero una quarantina di rosé, mentre le cose qui da noi sono così stupidamente nette, e le mezze misure una nicchia.

Visitato il monumento simbolo della Provincia di Torino, un forte ciclopico in Val Chisone che non ha mai dato prova di sé come sbarramento militare, in compenso ha ben funzionato come galera per diverse categorie di oppositori politici. Se non è voluto, è ben trovato. Invitato alla caffetteria del forte, di nome dei Forsat, declinai.

Passato molte ore sull’amata letteratura concentrazionaria, quest’anno Salamov. Poi il Limonov di Carrère. Da Salamov una citazione su un argomento che sempre mi occupa, il pane, e che piacerebbe a Federico del Laboratorio di Resistenza Dolciaria di Alba, così pasticcere così scettico sulle farine integrali. Dedicata al panettiere di Valdibella agricoltori.bio.

Con quei camion veniva trasportato giorno e notte, lungo la rotabile di mille verste, il frumento americano ricevuto in lend-lease dentro certi bei sacchi di tela con l’aquila americana. Con la farina si cuocevano delle razioni di pane gonfie e singolarmenrte insipide. Questo pane aveva una qualità straordinaria: tutti coloro che ne mangiavano smettevano di andare al gabinetto: una volta ogni cinque giorni, lo stomaco eiettava qualcosa, che sarebbe stato difficile definire deiezione. Stomaco e intestino assimilavano quel magnifico pane di farina bianca mescolata con mais, farina d’ossa e qualcos’altro – forse semplice speranza umana – e lo assimilavano completamente, senza residui; sarebbe ora di contare tutti coloro che sono stati salvati proprio da quel frumento d’oltremare.

Valdibella agricoltori.bio

Dal 3 giugno 2016 è aperto a Torino in via Genè 5 un punto vendita bio a filiera corta, dove fare una spesa bio non svuota il portafoglio. Si chiama Valdibella agricoltori.bio . In primo piano sta il fresco (frutta e ortaggi) e lo sfuso (legumi, cereali, frutta secca e altre materie prime). Vi si fa anche del pane con una forte personalità e un po’ di cucina da campo.

Il vino c’è, ma in secondo piano. Vinologo è tra i soci fondatori dell’impresa. Perché?

C’è con la Cooperativa Agricola Valdibella una consuetudine ormai decennale, diventata amicizia. Quando incontro le persone della cooperativa siciliana, sempre rimango colpito dalla pazienza, dall’assenza di disperazione, dalla fiducia interna che le cose buone vanno un passo alla volta. Ne esco un po’ guarito, come la donna che Gli toccò la veste in mezzo alla folla.

C’è l’apripista, il Marché Bio des Tanneurs a Bruxelles, visitato due volte, trovato un posto molto vivo, nel segno della qualità senza nome. Valdibella agricoltori.bio è su quelle stesse orme.

C’è il progetto, che è un progetto di mercato – evitare il modello convenzionale del bio, dominato dalla logistica, che mette in tensione il consumatore e il produttore, offrire un bio popolare – ma anche uno stile di vita: stare essenziali, ricordare che le piccole cose in cui ci perdiamo sono su uno sfondo più grande di noi.

Sharmelsheikizzazione

copertina_mozzarelle_o2Promuovo questo libro senza far mio l’armamentario concettuale. Nella fotografia dell’odierno spazio-tempo non vedo capitalismo ultraliberista di sorta, traduco anzi così il Presidente del Consiglio che in Borsa va a dire il capitalismo di relazione è morto: il capitalismo delle VOSTRE relazioni è morto, il capitalismo delle NOSTRE relazioni è vivo e vegeto.

Non vedo similmente austerità come causa. La spesa pubblica è in salute smagliante, le tasse anche di più, gli unici tagli sono alle deduzioni. Non sono varoufakisiano, iscritto da un pezzo al partito del non ce la facciamo, non vedo uscite e semmai individuali.

Non vi si parla di tasse. Peccato, perché la pratica fiscale del Genio del Marketing, o qul di frigu, come viene chiamato in sprezzatura nella Provincia Granda, è di certo rilievo. Nella polarizzazione tra precari e padroni, sarei più interessato alle fosse comuni dei kulaki della classe media.

Ciò detto, il libro è sistematico, come merita il suo oggetto, e pieno di fatti e di opinioni e di numeri, interessantissimo per i torinesi. Titolo cervellotico, che allude a un certo passo di Marx sul feticismo della merce, l’argomento è relegato al sottotitolo — lo slowfoodismo fatto sistema, la Matrix gastronomica.

Blues di Natale

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo.

Lunedì mi controlla la Provincia,
martedì mi controlla il Nas,
mercoledì mi controlla la Regione,
giovedì mi controlla l’Asl,
venerdì c’è la Repressione Frodi.
Sabato, sabato sono uno straccio, bellezza,
e domenica vado a potare.
Sì, il giorno del Signore vado a potare,
perché quando i controllori lavorano,
io lavoro per loro.
Ci sono più tipi di sbirri
che giorni della settimana, zucchero,
e sono tanto stanco.

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo.

Controllano tutti la stessa cosa
ma non si parlano tra loro,
così ciascuno mi può multare,
e se non è una multa è una tassa,
e se non è una tassa è un costo,
e se non è un costo è un obbligo,
che è lo stesso.
Signore, quattrocento anni lasciasti il tuo popolo
in terra d’Egitto,
quando mi trarrai fuori dalla schiavitù?
Quattrocento anni sono lunghi,
e sono tanto stanco.

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo,
oh no, non mi merito tutto questo.

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esodo_00 Cosa credi contadino, che qua sia meglio? Vieni pure al posto mio, ti martellerà 5400 volte in quattro mesi un loop di voci tibetane sparato a palla, metterà ordine nella tua vita, mai a dormire prima che smetta. E’ l’installazione di Richi Ferrero, un amico del sindaco, quello che si lamenta che non ha soldi e ogni anno il bilancio è più alto del precedente, neanche il municipio fosse quotato in borsa, il fanatico dell’imposizione locale.

Fioriscono le mille iniziative di professori di sociologia in pensione per proclamare il Roero, il Basso Monferrato, persino il Canavese, patrimoni dell’Unesco. Tu resisti muto, pensi che se passa, prima di tagliare una pianta dovrai fare domanda alle Nazioni Unite. Ma pensi che qui vada diverso? Qui siamo già travolti, la vocazione turistica, l’agenda degli eventi che ti lascia senza fiato, vietato il silenzio, lecito solo dis-trar-si, lecito solo pagare.

Quando un Mosè per noi, che ci porti lontano dal gigantismo municipale, che saldi i 6000 euri di debito sul cranio di ciascun torinese, sommati ai 31000 di ciascun italiano? Farebbe fatica a pagarli persino un altro amico del sindaco, l’Oscar Eatalyano, che dichiara come un operaio specializzato. A proposito, qualcuno sa come si chiama il suo commercialista?

Tasse urbane 1

tolstoj_01Hai letto l’ultimo libro di Scanzi. Di sommellier spiritosi non ne puoi più, di interviste ai vignaioli ne hai fin qua. Ti rarefai. Passi dal quasi blog al quasi nulla.

La Tarsu arriva dopo le elezioni. L’Amiat è in utile, ma la tassa aumenta del 10%. Però la paghi in 6 rate invece di 4. Il Comune ti pensa sempre.

Orecchi che parlano di aprire un’azienda in un giorno. Vuoi mettere su un bar. Scarichi il modulo del Comune per fare domanda di nuova licenza. Senza master alla Bocconi non riesci neanche a leggerlo. Si lascia capire invece che il Comune ti chiede i bigliettoni per l’impatto sulla viabilità. Lasci perdere. Sputi sulle liberalizzazioni, puh. Pensi che giù si chiama pizzo.

Leggi che per risolvere il problema dei troppi uffici, la Regione apre un nuovo ufficio, di Pronto Intervento contro l’Emergenza Burocratica.

Presenti il bilancio della tua attività. 5000 euri di utile, 3000 di IRAP e 1500 di IRES. Ti guardi intorno, non c’è nessuno a spiegarti quale interesse a stare in utile.

Pensi a Giovanni, a una cosa che dice. Uno di questi giorni brucio tutto. Quella esasperazione monferrina diventa urbana. Ecco, ti trovi in corso San Maurizio quando la ZTL è chiusa. Pensi che l’assessore al traffico non ha neanche la patente.