Autoritratto senza smart phone

Mi chiamo Vinologo, sono un negozio fisico. Lavoro in una città postfordista. Vuol dire un posto pianificato per essere pieno di startup, mostre d’arte e bar notturni.

Lavoro in periferia, nel Grand Canyon di corso Belgio. Grazie a Dio sto fuori dai tracciati delle nuove infrastrutture. Quando odo che la Junta si occuperebbe delle periferie, mi inquieto. La macchina-a-eventi dell’assessore non permette secessione e già so che gli organi di piccolo governo del quartiere l’accoglierebbero meno come un problema che una soluzione.

Appena nato, per l’Ufficio Comunale ero un punto vendita. Dopo tre mesi mi tassò perché ero una superficie. Da allora non ha mai smesso, ogni anno la chiama in modo diverso, RSU, RI, SI, come se potesse confondere la tassa percepita. Parliamo di coltellate, non barzellette.

Sono un negozio fisico, non online. Lo spazio fra te e me non è coperto da un corriere, quel po’ di lontananza fa parte dell’esperienza di guardarci in faccia e forse riconoscerci, surroga l’andare in campagna — alla botte! Pericoli là e qua, un cinghiale ti attraversa la strada, un municipale ti fa la multa.

Lavoro così tanto sul prodotto, che non mi rimane tempo per il marketing. Un consulente decente mi frequentò e mi lasciò andare per blanda disperazione. Mi astengo dai parafernalia della comunicazione, non rispondo in modo convenzionale alle recensioni e non colleziono la tua mail. Per non alimentare la bestia dei big data, mi tengo al di qua dello smart phone. Forse ci sono o forse ci faccio il deficiente digitale, accetto però criptovalute.

Sto sulla strada e ti prendo come sei. Ma ti preferisco se rimane in te qualcosa di fordista, se non hai rendite — raro! — e tieni famiglia. Se ceni a casa, non solo perché costa meno ma perché mangi meglio. Se stai nella languida catena delle generazioni, che ebbero il vino come alimento e medicina e compagno di colloquio e pensieri.

Farina d’ossa

Come da qualche anno, in vacanza poco vino. Una mezza bottiglia di Mercurey 1er Cru del 2005, avanzata da chissà quanto nella casa in prestito, su un involtino primavera vegetariano, esperienza eterea di ciò che resta quando i muscoli sono un ricordo, eppure qualcosa resta e consuona. Un rosé, sottratto alla scorta di casa, e il giorno dopo, quando cerco di rimpiazzarlo, il visibilio di uno scaffale di un Carrefour di provincia che espone non esagero una quarantina di rosé, mentre le cose qui da noi sono così stupidamente nette, e le mezze misure una nicchia.

Visitato il monumento simbolo della Provincia di Torino, un forte ciclopico in Val Chisone che non ha mai dato prova di sé come sbarramento militare, in compenso ha ben funzionato come galera per diverse categorie di oppositori politici. Se non è voluto, è ben trovato. Invitato alla caffetteria del forte, di nome dei Forsat, declinai.

Passato molte ore sull’amata letteratura concentrazionaria, quest’anno Salamov. Poi il Limonov di Carrère. Da Salamov una citazione su un argomento che sempre mi occupa, il pane, e che piacerebbe a Federico del Laboratorio di Resistenza Dolciaria di Alba, così pasticcere così scettico sulle farine integrali. Dedicata al panettiere di Valdibella agricoltori.bio.

Con quei camion veniva trasportato giorno e notte, lungo la rotabile di mille verste, il frumento americano ricevuto in lend-lease dentro certi bei sacchi di tela con l’aquila americana. Con la farina si cuocevano delle razioni di pane gonfie e singolarmenrte insipide. Questo pane aveva una qualità straordinaria: tutti coloro che ne mangiavano smettevano di andare al gabinetto: una volta ogni cinque giorni, lo stomaco eiettava qualcosa, che sarebbe stato difficile definire deiezione. Stomaco e intestino assimilavano quel magnifico pane di farina bianca mescolata con mais, farina d’ossa e qualcos’altro – forse semplice speranza umana – e lo assimilavano completamente, senza residui; sarebbe ora di contare tutti coloro che sono stati salvati proprio da quel frumento d’oltremare.

Valdibella agricoltori.bio

Dal 3 giugno 2016 è aperto a Torino in via Genè 5 un punto vendita bio a filiera corta, dove fare una spesa bio non svuota il portafoglio. Si chiama Valdibella agricoltori.bio . In primo piano sta il fresco (frutta e ortaggi) e lo sfuso (legumi, cereali, frutta secca e altre materie prime). Vi si fa anche del pane con una forte personalità e un po’ di cucina da campo.

Il vino c’è, ma in secondo piano. Vinologo è tra i soci fondatori dell’impresa. Perché?

C’è con la Cooperativa Agricola Valdibella una consuetudine ormai decennale, diventata amicizia. Quando incontro le persone della cooperativa siciliana, sempre rimango colpito dalla pazienza, dall’assenza di disperazione, dalla fiducia interna che le cose buone vanno un passo alla volta. Ne esco un po’ guarito, come la donna che Gli toccò la veste in mezzo alla folla.

C’è l’apripista, il Marché Bio des Tanneurs a Bruxelles, visitato due volte, trovato un posto molto vivo, nel segno della qualità senza nome. Valdibella agricoltori.bio è su quelle stesse orme.

C’è il progetto, che è un progetto di mercato – evitare il modello convenzionale del bio, dominato dalla logistica, che mette in tensione il consumatore e il produttore, offrire un bio popolare – ma anche uno stile di vita: stare essenziali, ricordare che le piccole cose in cui ci perdiamo sono su uno sfondo più grande di noi.

Sharmelsheikizzazione

copertina_mozzarelle_o2Promuovo questo libro senza far mio l’armamentario concettuale. Nella fotografia dell’odierno spazio-tempo non vedo capitalismo ultraliberista di sorta, traduco anzi così il Presidente del Consiglio che in Borsa va a dire il capitalismo di relazione è morto: il capitalismo delle VOSTRE relazioni è morto, il capitalismo delle NOSTRE relazioni è vivo e vegeto.

Non vedo similmente austerità come causa. La spesa pubblica è in salute smagliante, le tasse anche di più, gli unici tagli sono alle deduzioni. Non sono varoufakisiano, iscritto da un pezzo al partito del non ce la facciamo, non vedo uscite e semmai individuali.

Non vi si parla di tasse. Peccato, perché la pratica fiscale del Genio del Marketing, o qul di frigu, come viene chiamato in sprezzatura nella Provincia Granda, è di certo rilievo. Nella polarizzazione tra precari e padroni, sarei più interessato alle fosse comuni dei kulaki della classe media.

Ciò detto, il libro è sistematico, come merita il suo oggetto, e pieno di fatti e di opinioni e di numeri, interessantissimo per i torinesi. Titolo cervellotico, che allude a un certo passo di Marx sul feticismo della merce, l’argomento è relegato al sottotitolo — lo slowfoodismo fatto sistema, la Matrix gastronomica.

Blues di Natale

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo.

Lunedì mi controlla la Provincia,
martedì mi controlla il Nas,
mercoledì mi controlla la Regione,
giovedì mi controlla l’Asl,
venerdì c’è la Repressione Frodi.
Sabato, sabato sono uno straccio, bellezza,
e domenica vado a potare.
Sì, il giorno del Signore vado a potare,
perché quando i controllori lavorano,
io lavoro per loro.
Ci sono più tipi di sbirri
che giorni della settimana, zucchero,
e sono tanto stanco.

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo.

Controllano tutti la stessa cosa
ma non si parlano tra loro,
così ciascuno mi può multare,
e se non è una multa è una tassa,
e se non è una tassa è un costo,
e se non è un costo è un obbligo,
che è lo stesso.
Signore, quattrocento anni lasciasti il tuo popolo
in terra d’Egitto,
quando mi trarrai fuori dalla schiavitù?
Quattrocento anni sono lunghi,
e sono tanto stanco.

Fu Caino il primo contadino
ma non mi merito tutto questo,
oh no, non mi merito tutto questo.

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esodo_00 Cosa credi contadino, che qua sia meglio? Vieni pure al posto mio, ti martellerà 5400 volte in quattro mesi un loop di voci tibetane sparato a palla, metterà ordine nella tua vita, mai a dormire prima che smetta. E’ l’installazione di Richi Ferrero, un amico del sindaco, quello che si lamenta che non ha soldi e ogni anno il bilancio è più alto del precedente, neanche il municipio fosse quotato in borsa, il fanatico dell’imposizione locale.

Fioriscono le mille iniziative di professori di sociologia in pensione per proclamare il Roero, il Basso Monferrato, persino il Canavese, patrimoni dell’Unesco. Tu resisti muto, pensi che se passa, prima di tagliare una pianta dovrai fare domanda alle Nazioni Unite. Ma pensi che qui vada diverso? Qui siamo già travolti, la vocazione turistica, l’agenda degli eventi che ti lascia senza fiato, vietato il silenzio, lecito solo dis-trar-si, lecito solo pagare.

Quando un Mosè per noi, che ci porti lontano dal gigantismo municipale, che saldi i 6000 euri di debito sul cranio di ciascun torinese, sommati ai 31000 di ciascun italiano? Farebbe fatica a pagarli persino un altro amico del sindaco, l’Oscar Eatalyano, che dichiara come un operaio specializzato. A proposito, qualcuno sa come si chiama il suo commercialista?

Tasse urbane 1

tolstoj_01Hai letto l’ultimo libro di Scanzi. Di sommellier spiritosi non ne puoi più, di interviste ai vignaioli ne hai fin qua. Ti rarefai. Passi dal quasi blog al quasi nulla.

La Tarsu arriva dopo le elezioni. L’Amiat è in utile, ma la tassa aumenta del 10%. Però la paghi in 6 rate invece di 4. Il Comune ti pensa sempre.

Orecchi che parlano di aprire un’azienda in un giorno. Vuoi mettere su un bar. Scarichi il modulo del Comune per fare domanda di nuova licenza. Senza master alla Bocconi non riesci neanche a leggerlo. Si lascia capire invece che il Comune ti chiede i bigliettoni per l’impatto sulla viabilità. Lasci perdere. Sputi sulle liberalizzazioni, puh. Pensi che giù si chiama pizzo.

Leggi che per risolvere il problema dei troppi uffici, la Regione apre un nuovo ufficio, di Pronto Intervento contro l’Emergenza Burocratica.

Presenti il bilancio della tua attività. 5000 euri di utile, 3000 di IRAP e 1500 di IRES. Ti guardi intorno, non c’è nessuno a spiegarti quale interesse a stare in utile.

Pensi a Giovanni, a una cosa che dice. Uno di questi giorni brucio tutto. Quella esasperazione monferrina diventa urbana. Ecco, ti trovi in corso San Maurizio quando la ZTL è chiusa. Pensi che l’assessore al traffico non ha neanche la patente.

Colli Euganei

Mentre apriva la portiera osservò la bava grigia che copriva la ruggine dove si crepava la vernice coreana. Si chiese quanto vi fosse dell’alito dei suoi concittadini, e quanto di quello che inspirava fosse da loro espirato. Contò che una parte su settanta di quel lurido cocktail era fiato o scarico di un dipendente comunale. Portò la destra al fegato, cercò un pezzo di asfalto pulito e sputò. No, non era Knoxville, Tennessee. Salì sul furgone e mise in moto.

Era l’una e trenta legale di una giornata che più in alto era luminosa. Era diretto a Quistello e voleva evitare la nebbia col buio. Non sapeva che quella nebbia che aveva in mente, quella nebbia che molli la bici e sta in piedi da sola, quella nebbia non c’è più. Altro era da temere, la scrupolosa osservanza degli orari dei dipendenti della cooperativa. Quando arrivò allo scadere e ancora lo servirono, pensò che la mano del Signore era su di lui e fu grato.

Da Quistello a Ostiglia attraversò un buio padano dove nere erano le vacche e neri gli autoctoni. Dopo Mincio e Po, valicò l’Adige su un ponte militare. Era nella Serenissima.

monteforche Il mattino aveva appuntamento con Stefano Menti per fare visita ad Alfonso Soranzo sui Colli Euganei. Stefano è una figura insolita di produttore curioso di quello che fanno gli altri. Alfonso è sprofondato nel luogo che abita e lavora, non ha sito nè collegamento internet. In comune hanno la garganega. Il sostrato di Alfonso è vulcanico, quello di Stefano un lembo di Alpi.

Assaggiò. Consentì a farsi stregare dai Colli. Ascoltò cosa succede ai tuoi vini se tu non usi antibotritici, ma i tuoi vicini sì. I vini erano buoni puliti e giusti, ma più buona pulita e giusta era l’assenza di pensiline inutili e costose infrastrutture, la lontananza di élite altruiste, la signoria della manutenzione ordinaria.

Novembre minestra

cezanne_01 Quest’oggi solo pezzi di pensieri, che a metterli insieme non fanno neanche una minestra.

Tengo sottocchio il bilancio preventivo 2008 del Comune, che lo ricordo è la più grande azienda del comune. Vedo che le entrate crescono anche quest’anno, di circa l’8 percento, quelle extratributarie addirittura del 15 percento. So come lo chiamano i giornali, io lo chiamo nuovo feudalesimo, con tutti i suoi vassalli, valvassori e valvassini.

In campagna sono usciti i bandi che danno soldi pubblici regionali per investimenti in attrezzature e immobili. Normalmente arrivano 10.000 domande, quest’anno 2.000. Nel frattempo l’indice di indebitamento delle aziende agricole è passato da 100 a 106. Queste notizie mi arrivano da Giorgio Ferrero, che lavora in Coldiretti. Da Giorgio compro un vino novello da uve biologiche di freisa.

Seguendo altre situazioni, vedo l’azienda agricola contrarsi a quello che può fare la famiglia o il titolare, si dismettono terreni che si affittavano perché non c’è spazio per assumere nè per fare profitto. Vogliamo drammatizzare un po’? La chiameremo nuova servitù della gleba.

Intanto i difensori dei poveri hanno rimpinguato le casse con il Salone del Gusto. I presìdi li mettiamo all’Oval, se vendono meno pazienza, non è che gli possiamo regalare metri quadri da 400 euri l’uno. Non importa se ci sono meno visitatori, c’è l’ufficio stampa, parola d’ordine grande successo, l’era dell’ottimismo, la paresi del sorriso.

Del resto, cari visitatori: venti euri per andare al mercato…

Sono stato dietro all’uvalino, un’uva resistente al maltempo, di maturazione tardiva, che raccolta ai santi veniva usata per aiutare la fermentazione alcolica del secondo torchiato. Vive attorno a Costigliole, dove qualcuno cerca di valorizzarlo. Cascina Castlet ne fa una versione importante, Claudio Rosso ne mantiene due filari per una versione semplice che ha qualche affezionato cliente.

Semplice ma curato, come tutti i vini di Claudio. Forse diventerà anche lui un presidio Slow Food, ma ho declinato, optando per il cinismo di quelli che se alcune cose si estinguono c’è la sua ragione.

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Ognuno pranza solo
alla mensa popolare
una zuppa di verdura
ed è subito pera.

 

(Gino Patroni)

La qualità senza nome

soldati_copDue libri mi guidano. Uno è Vino al vino di Mario Soldati, l’altro è The Timeless Way of Building di Christopher Alexander.

Nel primo trovo un modo d’incontrare il vino che, si parva licet, è anche il mio. Il secondo mi è stato regalato da Adriano Comai (ciao Adri! grazie ancora) per un compleanno di anni fa, quando ancora credevo nella Rete. E’ un libro sui luoghi in cui ci sentiamo a casa nostra, perché hanno la qualità senza nome. Mi disse allora che era diventato un culto degli studiosi di astratti linguaggi informatici, ma francamente non ho mai capito bene perché. Però è un libro che ho amato da subito, perché apre porte. Sarebbe istruttivo fare un giro col libro di Alexander in mano per le meraviglie dell’ultima urbanistica del mio territorio, la Torino che non sta mai ferma — piazza Valdo Fusi, il Palazzo di Giustizia, il Nuovo Duomo al Piero della Francesca, la Spina 3, il PalaFuksas.

Voglio tradurre alcune righe di Alexander.

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alexander_cop Al centro sta una qualità della vita e dello spirito di un uomo, una città, una costruzione o un paesaggio. Questa qualità è oggettiva e precisa, ma non può essere nominata.

La ricerca di questa qualità è la ricerca centrale di ciascuno e il nodo di ogni storia individuale. E’ la ricerca di quei momenti e situazioni in cui siamo più vivi.

Il carattere di un posto è dato da certi modelli di eventi che vi avvengono con continuità.

I modelli specifici di cui è fatta una costruzione o una città possono essere vivi o morti. Nella misura in cui sono vivi, le nostre forze interne sono sciolte e ci sentiamo liberi; ma quando sono morti, siamo bloccati in conflitti interiori.

Quanto più i modelli di un posto — una stanza, un palazzo o una città — sono vivi, tanto più quel posto è un tutto unico, tanto più è luminoso, tanto più possiede quel fuoco che si autoalimenta e che si chiama la qualità senza nome.

E quando una costruzione possiede quel fuoco, allora diventa parte della natura. Come le onde del mare o l’erba di un prato, le sue parti sono governate dal gioco senza fine della ripetizione e della varietà che si creano nella presenza del fatto che tutte le cose passano. E’ questa la qualità stessa.

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La sensibilità per la qualità senza nome è la chiave di tutti i viaggi di Soldati alla ricerca del vino genuino. Non c’è guida migliore per capire il nesso vino-luogo — terroir direbbe il professionista. Tra le molte citazioni, ne sceglierò una dedicata a quelli che la soluzione è una nuova Denominazione Controllata.

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A volte, infami vini sono legittimi: e altri, illegittimi, squisiti. Perché la legge, nel suo sforzo, nobilissimo ma in estrema analisi vano, di essere uguale per tutti, finisce, a volte, col proteggere chi, applicando scrupolosamente la lettera, più nel profondo vìoli lo spirito.

Arneis adiòs

aferrio_2Passata una giornata a sprecare gasolio per cercare un bianco a km zero. Imbottigliatori battono il Roero a confiscare arneis bollinato offrendo 2,85 — anche 3 + iva. L’arneis in damigiana è finito. Quasi quasi mi iscrivo anch’io alla Confraternita dei Nemici dell’Arneis.

Uno era in città a consegnare, un altro l’aia era deserta, il terzo non ne aveva più. Angelo Ferrio ne aveva — come bianco da tavola — ma non l’ho comprato. Lo sentivo ossidato.

Lo è, conferma Angelo. Quello in eccesso ai bollini lo stocco in vasca e poi me lo dimentico. Non sto a filtrare, come quello in bottiglia. Lo faccio poi rifermentare con la nuova vendemmia, così torna buono di nuovo.

Angelo ha voglia di fare un po’ di comizio, e anch’io ho voglia di rognare.

Comincia sornione. Sentito lo scandalo del vino? Sì lì, i settanta milioni di litri di acqua e zucchero. Ma sì, mica fa male acqua e zucchero, no?

Assumo un’espressione poco convinta. Allora carbura, e ingrana la marcia di un piemontese troppo stretto per le mie orecchie.

Ma io ti dico che settanta milioni di litri è la punta dell’aisberg, ne gira 10 volte di più. Che se il vino fosse vino e basta, lo pagheremmo come il uischi.

Mah Angelo, sta idea braidese che le cose buone se le possa permettere solo il portafoglio gonfio, non la bevo mica volentieri.

Alt. Intanto Carlin Petrini gli dovrebbero mettere su una statua a ogni rotonda del Roero, perché ci ha ridato la dignità, a noi contadini.

Sì, ti ha dato tanta dignità che hai rifatto la cantina e devi pagare il mutuo e così ti è venuta sta idea snob che esprimi il territorio quando fai il vino e il mercato globale quando lo vendi.

Ma lo snob sei tu, che non capisci niente della campagna. Perché il contadino di una volta prima finisce il vino buono e poi va a prendere l’acqua e zucchero e riempie la vasca di nuovo, e poi di nuovo. E quando arrivi tu pensa ard’lu sì il piciu. Vino buono solo in bottiglia.

Ma non in tutte le bottiglie. Guarda che ne conosco tanti di contadini che non sono così e fanno vino sfuso dignitoso e talora buonissimo e se lo compra il territorio, non solo la California o il Giappone.

Mi piacerebbe vendere tutto il vino a Torino, ma non me lo comprano, non vengono fino da me, magari a dare un’occhiata in vigna se c’è ancora un po’ d’erba oppure no. Preferiscono andare al mercato del municipio la domenica e comprare la roba genuina. Va là genuina. Che i poveri contadini la comprano ai mercati generali. Fan la coda per i salami genuini fatti coi maiali morti malati, i cretini.

Mm. Comunque adesso te la dico io una cosa. Sono finiti i soldi, non ce n’è per le bottiglie da 10 euri.

Ma va là, che gli euri li hanno per mettersi in coda e andare a Spotorno tutte le domeniche. Però mangiare e bere bene no, sono finiti i soldi. Ma noi siamo quello che mangiamo.

Ecco, adesso tirami fuori l’altra tiritera braidese, che bisogna insegnare ai ragazzi fin dalle scuole eccetera eccetera.

Proprio.

Cascina Ca’ Rossa