Val Sangone recidivo

Ogni volta che vado a trovare Giulia  di Prever Vini ragiono meco di terroir. Allo stato attuale Villarbasse e Giulia, che da un punto di vista vinicolo coincidono, sono un terroir No DOC. Non trovano accoglienza nella DOC Torino, sono in trattativa per accomodarsi nella DOC Valsusa, giusto quel vino ma gli altri no si ospita nella generica DOC Piemonte, Piemonte Rosso — il grado zero della denominazione di origine.

Gli è che di queste vigne talvolta neanche si sa che uve siano, mettendoti di fronte a un vino senza classificazioni di sostegno, situazione sgradita a un’età del codice come l’attuale. Eppure la cosa va, tra vitigni modesti e vini negletti Giulia ce la fa, e di ciò mi rallegro.

Sostengo particolarmente il suo Nebbie Autunnali, che nella nuova veste grafica con un sacco di bianco mi piace anche di più. E’ uno chatuss, non in purezza, certo, con una materialità che trovo interessante, una carta vetrata in shantung di seta. E’ il vino da invecchiamento dell’azienda, che nella nuova barricaia troverà occasione di espressione, se non lo vende troppo in fretta. Chi lo penserebbe in Val Sangone!

Una settimana prima avevo provocato un dibattito a distanza tra due vignaioli monferrini sull’eleganza vinicola. Per Gianni Doglia di un vino cogli l’eleganza quando percepisci un che di sfuggente che ti colpisce, quando allude a una mancanza. Per Claudio Solìto tutto il contrario, il vino elegante ha tutte le cose al loro giusto posto, è presenza totale. I vini di Giulia sono vini Solìto, immanenti e materialisti da terroir elusivo.

Da Villarbasse mi spinsi dopo anni fino a Chiomonte la Cupa, per un avanà davvero Mitico, quello 2015 di Pierino di Casa Ronsil, un rosso scarico ma intenso che dà la polvere anche al Grignolino di Francesco Brezza, il quale ahimè è finito, ironia del destino, dritto sugli scaffali di Eataly.

Nebbiolizzazione

Avviene una nebbiolizzazione del Piemonte, espressione sentita per la prima volta sulla bocca di Sandro Barosi. Vi concorrono ragioni di mercato, i viticoltori estirpano dolcetto per piantare nebbiolo ingolositi dal prezzo. Sono vittime di mode o razionali calcolatori delle forze in scena? Vi ha infatti ruolo di primo piano la Regione, con costruttivistico progetto di sporgere il Piemonte vinicolo sui mercati esteri, a confrontarsi con una Borgogna Pinot Nero, un Bordeaux Cabernet Sauvignon.

A monte le diagnosi sbagliate dell’economia pianificata, a valle controlli ferrei, sistematiche visite di polizie, incremento metodico di costi via regolamenti. E’ così che si incentivano gli uni e si scoraggiano gli altri, così si creano i deplorables agricoli, i left behind di campagna, i forgotten men del Piemonte eccentrico. Piemonte o Langhe Nebbiolo? La lotta è al coltello, secondo rumors i carabinieri che hanno contestato la frode al presidente del Consorzio del Barolo non arrivano da Alessandria per caso.

Nas attivi anche con i piccoli, vanno gentilmente da Giorgio Sobrero a prelevare campioni per analisi del DNA, che sul mercato valgono 700 euri ciascuna, e stabiliscono che uve, se zucchero o acqua aggiunti. Sobrero gentilmente considera che l’effetto combinato dei disciplinari, che impongono il diradamento; del clima, che alza il grado al limite; dei controlli sul tasso alcolico, che vogliono lo zero, mette il produttore nella gentile posizione di Houdini in catene sott’acqua.

Per andare da Sobrero mi fermo da Destefanis a ritirare un campione. Gianpaolo non c’è, la mamma mi offre un caffè. Noto padella sul putagè, che bolle su fuoco alto, chiedo cosa prepara. Il dado. Mezzo chilo di tutto, cipolla carote sedano carne, un’erba che non ricordo, sale q.b. Cottura a restringere, poi si passa, si imbarattola caldo e dura un anno. Il problema sono le verdure, una volta erano più secche e gustose, oggi una carota vale un sedano, il più è acqua. E impestate più della carne. Mentre giro il cucchiaino mi chiedo se in un’orizzontale alla cieca troverei il dado di Miss Dado più buono di questo dado degli ultimi giorni.

Nebbiolo Natale

Nebbiolo da qui a Natale, bella notizia perché stare senza è come giocare senza il centravanti titolare.

Riepilogo i fatti: da un anno non proponiamo nebbiolo, perché ha preso dei prezzi all’ingrosso troppo alti. Potrei girare gli aumenti sul prezzo di vendita, ma qui entra in gioco la visione di fondo — non credo tanto così alla ripresa, nè mondiale, nè americana, nè italiana, il sistema è insostenibile, è uno schema Ponzi questo sì globale, in cui si cura il debito con più debito e l’unica colla che lo tiene insieme è il monopolio della forza e l’universale manipolazione. Perché dovrei cedere sul prezzo del nebbiolo e far finta che un mercato ancora esista? Al diavolo, amico! Al primo posto sta il tuo e mio potere d’acquisto, non mancano le cose buone e sostitutive.

Questo nebbiolo-natale è da zona eccentrica, Albugnano, la più piccola doc italiana. E’ un po’ più scuro di quello di Langa, meno viola al naso forse, ma ci sono altre cose e una personalità giovanile e atletica, senza essere muscolosa. Mi piace molto. E non credere che sia il primo e unico, dalla Langa vengono ad Albugnano ad acquistare le uve se non il vino, a prezzi che qui non si sono mai visti, alla faccia del prodotto territoriale.

La provincia di Asti vorrebbe il Piemonte Nebbiolo, la provincia di Cuneo resiste per ovvi motivi. Io non saprei per chi votare, come per il più famoso referendum, il più pulito ha la rogna. Si potrebbe andare al mare, il mare d’inverno è così elementare, spaesa e guarisce.

Oltrepò

Tornato in Oltrepò pavese dopo qualche anno, stessa sensazione di territorio corrotto, di donna che ebbe nonna di bellezza, di gamba forte, certo, ma tratti del viso promettenti, mentre oggi l’erede ricorda il crollo di una diga, una Liguria continentale.

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Eppure non c’è solo vino-massa, il moscato per il Piemonte Moscato o il pinot grigio per anonimi mercati esteri, di rigore il 12 gradi. Il pinot nero non è solo una base spumante, puoi tornare con un pinot nero del 2012 maturato in legno piccolo, raccolto troppo tardi e di conseguenza troppo alcolico, ma troppo per chi? Un bel vino-nonostante, grazia di Dio che perdona creature inette.

E insieme, come barattolo legato dietro l’auto nuziale, una bottiglia di Buttafuoco del 2010, da una delle tre vigne storiche, Vigna Badalucca, e accogliere che sì, un altro barbaresco è possibile, e rimanere interdetto pei poteri della Vespolina.

Nascetta

Lo incontro da Doglia. Flavio Bera, piacere. Di Treiso. Zona di Barbaresco… Sì, ma noi non facciamo Barbaresco, invece Dolcetto e Nascetta. Ah Nascetta, la bevvi di Cogno 10 anni fa, ma la chiamavano nas-cetta. Sì, con la dieresi sulla e. Ma questa nominazione è riservata a quelli di Novello, gli altri, saremo una ventina di produttori, la chiamano Nascetta.

Il vino si apre di agrumi, passi a delle cose vegetali, poi col tempo espone dei tratti minerali. Ma se è così buono, come mai era sparito? C’è voluta l’Università di Torino per rimetterlo in circolazione. Perché è un vitigno difficile. Difficile in vigna, se non lo poti bene e per tempo, scappa in una esuberanza di vegetazione controproducente, difficile alla raccolta, ché l’uva tende a marcire improvvisamente, difficile in cantina, se pressi troppo vengono fuori degli aspetti che non funzionano bene.

Se dovessi dire cosa mi ricorda, direi il Riesling, gli trovo una simile evoluzione nel tempo.

Parliamo di Nebbiolo. Lo vede come un vitigno con una personalità tale che gli permette di cavarsela anche in situazioni complicate, là dove altri vitigni vanno in crisi — come il Dolcetto, così delicato.

I vitigni lo appassionano. Tiene una sua vignotta sperimentale di sei vitigni rari autoctoni. C’è anche il baratuchat, e altri nomi che non ricordo, tutti bianchi. Si entusiasma al pensiero del numero di varietà presenti in Italia, un numero così alto, 6500 ne ha contati l’Università.

Parliamo di debito. E’ per un giubileo del debito, si stampi moneta abbastanza, non si capacita che ci sia qualcosa che lo impedisce. Io invece sono per una moratoria delle politiche economiche e monetarie, e per onorare il debito. Mi lascia recitando il Padre Nostro, rimetti a noi i nostri. Che potevo fare se non tacere, eventualmente mansueto sorridere.

Goodbye Nebbiolo

Su sfondo deflattivo, mentre crollano le materie prime, assistiamo perplessi all’impennata dei prezzi del nebbiolo. Non tanto in forma di barolo, quanto in forma di barbaresco, che fino all’anno prima aveva uno spread rilevante, e a seguire del Langhe o D’Alba. Fin il Roero va su.

Che sia per le annate scarse, qualche grandinata, o la domanda estera, saremmo tentati di piegare le braccia a rombo, sporgere il mento e dire me ne frego. Neanche lo posso chiamare nebbiolo, sono ridotto a N, come Nicola o Norberto, Rivetti. E che, se non c’è Borgogna, berremo Bordeaux.

Si estirpa dolcetto e si pianta nebbiolo, il tempo non sta con l’euforia irrazionale, basta sedersi sulla riva del fiume. Mi è già capitato con l’arneis, rimasto senza due anni, poi il cadavere passò.

Certo, non si rinuncia volentieri all’eleganza, vera cifra dei vini piemontesi – non la potenza – nell’opinione di Claudio Solìto, che è monferrino. Potrei allora alzare il prezzo, e stare con Nicola o Norberto.

Ma va contro certe mie convinzioni, che il vino sfuso debba essere anticiclico, un piccolo contributo al potere d’acquisto di mio fratello Mario, figlio unico, odiato tartassato derubato.
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Il mio mercato è questo, manovre di retroguardia, un tenere posizioni dietro le linee nemiche.

bicchiere_degustazione_220In questo invece, occupato da aspiranti sommellier iscritti a un corso tenuto da supermercati pretenziosi ispirato da guide impolverate compilate da servi vestiti da idealisti, marciano in avanti, illuminati da un raggio luminoso.

Termino con citazione dal Digiunatore di Kafka, dedicata a mio fratello Mario, figlio unico, che non si dia troppa pena, e a Giovanni, che riesca ad alleviare le ginocchia di 10 chili.

Egli solo sapeva – e nessun iniziato lo sospettava – quanto facile fosse il digiunare. Era la cosa più facile del mondo. Non lo nascondeva neanche, ma non gli si prestava fede e, nel migliore dei casi, lo si riteneva modesto, più spesso avido di pubblicità o addirittura un imbroglione, a cui il digiunare certo era facile, perché sapeva renderselo tale, e aveva anche la faccia tosta di lasciarlo intendere.

Pinot Neri piemontesi

Vacanze in Francia via dal vino e da cantine, mi porto un Millennio Einaudi che ecceda i pochi giorni, li passo a evian. Per non rinunciare al Pinot Nero mi sono dunque pre-dedicato a una ricerca su quello piemontese.

La ricerca comincia con Pecchenino il 20 maggio 2015. Mi è stato segnalato da Sandro Barosi. Arrivo il giorno dopo una grandinata che ha ridotto a tronco le viti sui due lati della strada. Venendo su, all’altezza di Chionetti avevo notato reti di protezione come nei frutteti. Attilio mi spiegherà che non sono così diffuse perché ostacolano i lavori e tolgono luce. Deve andare indietro alla fine di maggio ’85 per ritrovare una grandinata così cattiva e precoce. Sono assicurati.

Il Pinot Nero di Pecchenino è del 2013, è stato un anno in barrique, ne sono state preparate 3000 bottiglie. Chiedo se ce n’è di più vecchio, mi risponde di no. Ma scopro che il 2013 è solo la seconda annata, c’è stato quindi solo un 2012 da confrontare. Quello era più langarolo, questo più <francese>. Cioè? Quello più langarolo si intende più minerale, quello più francese si intende ricco di profumi di frutti e fiori. La bottiglia mi piace, bella etichetta classica.

Perché c’è il Pinot Nero? Per via dell’Alta Langa, Metodo Classico con 36 mesi sui lieviti. Sono stati accettati nel Consorzio e dal prossimo anno potranno utilizzare la doc. Il loro spumante è fatto di Pinot Nero e Chardonnay.

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Prosegue con Gian Luca Colombo dell’Azienda Agricola Segni di Langa a Roddi  il 27 maggio. Essendo visita improvvisata, mi trovo concomitante a visita di redattore-degustatore di SloWine. Fortuna e sfortuna: vengono aperte due bottiglie di annate indisponibili, 2011 e 2013, ma l’incontro prende una piega più tecnica di quel che amerei.

Colombo è giovane, ambizioso e già affabulatorio, come vuole l’identità di vignaiolo contemporaneo. Si capisce che vede gente <giusta>, la sua visione del mondo del vino confligge con la mia, dove non ci sono celebrità e le guide servono per i tavoli molto zoppi. Fortunatamente ha un mutuo da pagare, sì che i piedi rimangono per terra. Sono in pace e provo simpatia per lui e persino per il redattore di SloWine.

Non vado in vigna, dove avrei visto biodiversità di erbe e animali. Vado in cantina, piccola e attrezzata non troppo, e in barricaia. Filosofia del non intervento ma volontà di controllo totale (procedimento con cui cura i lieviti indigeni, fa fermentare dei grappoli in 6 sacchetti sterili, poi col naso ne sceglie due o tre e propaga). Il 2014 è il primo anno in cui ha potuto controllare tempi e modi, prima vinificava in casa d’altri.

Il 2014 è l’unica annata disponibile sia di Pinot Nero che di Barbera, per via del mutuo e dei piccoli numeri. Però teorizza che il percorso giusto per il Pinot Nero sia proprio questo: 6-8 mesi di barrique, con poco nuovo legno, meno del 10%, e poi il vero affinamento in bottiglia. In effetti si vede l’evoluzione del vino attraverso le varie annate, da frutto ad animale. In Langa c’è gente, tra i pochi che fanno Pinot Nero alla borgognona, che fa sostare di più il vino in barrique, Vajra per esempio, ma egli non condivide.

Il Pinot Nero come vino che è marcato più di tutti dall’annata. Segnala come buono quello di Bricco Maiolica a Diano d’Alba. Dice che ha vinificato nella propria cantina i 15 q di uva della Cantina di Clavesana, affermando che Clavesana è un buon territorio per il Pinot Nero, per via di vicinanza alle montagne, escursione termica etc.

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3 giugno arrivo a Bricco Maiolica. Posto molto bello, segnalato solo più su della provinciale, il marketing del segreto sempre mi piace. Si fa vedere una donna. Sono qui per il Pinot Nero. Ha telefonato? No, sono alla ventura. Mi accoglie. Appena tornati dall’esposizione altoatesina dei Pinot Neri. Certo che i Pinot piemontesi si fanno sentire. Intende dire che sono alcolici e forse più spessi di quel che dovrebbero. Ammira il Pinot Nero della cantina di Appiano. Perché? Non sa spiegare, descrive i terreni, là ci sono sassi, l’acqua non si ferma, si irriga, qui c’è il tufo, non si irriga mai. Insisto, perché? Fanno quella puzzetta, che noi non riusciamo a dargli. Intende quella piega di carne? Ssì, quel merde de poulet.

Si chiama Claudia Castella. Dice che con l’esperienza si sono convinti che l’altitudine sia favorevole al Pinot Nero, adesso hanno le vigne a 450 m, vorrebbero portarle anche sopra i 500. Esposizione non soleggiata, anche questo è meglio. Loro fanno 18 mesi di barrique di II passaggio, però non macerazioni lunghe, anzi cercano di toglierlo dalle bucce il prima possibile.

Per le barbatelle dei vitigni internazionali si servono da un vivaista francese. Fanno del Sauvignon Fumé, e del Merlot. Quest’ultimo è descritto come un mangia e bevi, denso di 14,5°. Sono iniziative di suo marito, descritto come persona strana.

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10 giugno alla Viranda. E’ appena imbottigliato il Pinot Nero di Claudio Solìto. Si chiama non più Vignot — il lemma <vigna> è riservato ai fascisti (quelli delle fascette) — bensì Monssù Ardissun, sarà stato il proprietario della vigna. E’ un 2011, cioè il più vecchio di quelli che ho trovato in circolazione finora, non c’è scritto Pinot Nero in etichetta, essendo rosso generico. Da comprare a scatola chiusa, sarà un Pinot Nero pie-mon-te-se, alto di grado alcolico, concentrato, ricco di cose, senza paura. Sono convinto che alla cieca se la gioca con i più costosi. Sì, perché ha un rapporto qualità-prezzo come al solito altissimo.

Si fa pranzo da Lorella con Claudio e Giovanni. Si replica tre volte la frittata con le cipolle, fritta nel burro, si è tentati di prenderla anche per dolce. Si parla di agricoltura, di trattamenti, di gramigna dei Caraibi. Propongo la pratica agricola del mulo, al di qua della tecnologia, ma i due professionisti sono scettici, dice Claudio col mulo non si mangia, anzi Equitalia ti porta via anche il mulo. Si beve una bottiglia di Cà ‘d Roc, cortese petillant di inattuale semplicità con nota ossidativa.

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18 giugno. Acquisto qualche bottiglia di Pinot Nero di Massimo Rivetti. E’ disponibile il 2006, quando ancora non c’era la denominazione Langhe Pinot Nero, per cui in etichetta è generico. Dopo il 2006 è stato vinificato in rosso solo nel 2014, 8 anni dopo! Viene usato per lo spumante, perché, mi dice il figlio Davide, nel clima di Neive è difficile portarlo a casa bello e maturo, la buccia sottile lo rende difficile. Nel 2014 è stato lasciato a fermentare in barrique e sarà stato in legno un annetto (“non ha bisogno di molto legno”), ne è venuto fuori scarico di colore ma interessante come struttura.

Più tardi incontro Gianni Doglia e gli chiedo del Pinot Nero. Dice di non averne poi bevuti così tanti del Piemonte. Quello di Massimo Rivetti dice di averlo assaggiato una volta ma di non averlo trovato memorabile. D’altra parte è un vino che evolve molto, per cui non c’è mai un giudizio definitivo. Si ricorda invece di un Pinot Nero dell’astigiano, della Beretta a Fontanile sulla strada che da Nizza va ad Acqui. Per Gianni il Pinot Nero è come il nebbiolo, ti aspetti sempre che sia qualcosa di buonissimo, così il suo nome non lascia spazio alle versioni più ordinarie.

Tre merlot

Sul Merlot ho due ormai lontani ricordi. Amalia Battaglia di Cascina Corte NON beveva Merlot. Batman Battuello riteneva che in molti Baroli d’esportazione ci fosse una certa quantità di Merlot. Probabilmente hanno in comune lo stesso presupposto: il Merlot è l’antitesi del terroir.

Il successo del Pomerol e St.Emilion sulla scena globale è degli anni ’80, in Piemonte molte vigne di Merlot hanno una ventina d’anni. Negli anni ’90 infatti vanno di moda dei blend di locale e globale, che so barbera nebbiolo cabernet sauvignon, invecchiati in legno. La moda è passata, i blend sono confinati nella denominazione Langhe con un mercato residuale, in Monferrato il Merlot si è adattato all’epoca delle varietà in purezza con un mercato ancora più difficile.

Alla Viranda si considera il Rus ‘d Vitorio, il loro Merlot in purezza, una bottiglia da tedeschi. Ciò non ha niente di spregiativo, semplicemente i piemontesi non bevono e tanto meno comprano una bottiglia di Merlot neanche sotto tortura. Nella scala delle difficoltà commerciali il Merlot sta un gradino più in basso ancora del Cabernet Sauvignon. E invece il Rus ‘d Vitorio 2010, che esordisce con una macerazione di 60 giorni, è un rosso che ha potenza, struttura e una trama vellutata che vuole ancora qualche tempo per esprimersi. Rapporto qualità prezzo eccezionale.

Gianni Doglia fa un Merlot in purezza più legnoso, che chiama !, un grosso punto esclamativo. Ne fa 1000 bottiglie, costa quasi il doppio del Rus ‘d Vitorio, ma non è buono il doppio. A detta di non so quale critico che scrive sulla Bugiarda è il Merlot più buono d’Italia, compresi i toscani.

Andrea Binello di Pianfiorito ha voluto piantare dei vitigni internazionali – Sauvignon, Syrah e Merlot – solo qualche anno fa, è da poco in produzione. Il suo Merlot è maturato in acciaio e mi è piaciuto molto. E’ caldo, morbido, con le sue giuste cose di prugne ma non troppo marcate, con un rapporto qualità prezzo buonissimo. Un Piemonte Merlot, perfetta contraddizione in termini.

Costruttivismo

Finito il dolcetto di Dogliani, chiesto a Barosi se mi suggeriva qualcuno. Prova a vedere dalla Nicoletta Bocca. Sfuso? Non è neanche scesa dal balcone per dirmi di no. Mi sono reso conto meglio del contesto quando ho avuto un breve colloquio con Anna Maria Abbona.

Anche lei mi dice di no. Parliamo della nuova denominazione Dogliani. Lei insieme alla Bocca, Pecchenino, Marziano Abbona, Barosi no solo perché non c’era ancora, è stata uno dei sostenitori della nuova docg, dal ’97 che lottano. Scopo: valorizzazione del territorio. Modello: Barolo. Altrimenti: chiusura delle aziende agricole.

Sono due anni che c’è. Ha funzionato? No, tanto è vero che sta per passare una nuova stesura della denominazione, secondo la proporzione

dolcetto di Dogliani : Dogliani = Dogliani : Dogliani Superiore.

Riflessione teorica. Si può essere biologici e avere una idea costruttivista e non ecologica del mercato. Il costruttivismo è molto più importante nel generare variazioni – innovazioni sociali ed economiche – che nel selezionare quelle che sopravvivranno (Vernon Smith).

Riflessione organolettica (non mettere mano alla pistola, l’uso della parola è qui strettamente ironico. L’indigestione di organolettico te la farai fra qualche giorno, quando apre il Salone del Gusto). Proprio quando il mercato regredisce a forme meno concentrate e riscopre perfino l’abboccato, ce la dobbiamo prendere coi superi dei rendimenti, forzando verso un dolcettone da almeno 14 gradi?

Riflessione politica. Le doc dop docg sono macchine da divieti che alimentano il giustizialismo agrario. Stiano prudenti gli apprendisti stregoni — quei di Bra, l’ex ministro agricolo, i consorzi di tutela — un paese con 10.000 formaggi disciplinati non è solo impossibile da governare, è l’ambiente dove la lapidazione dell’indisciplinato sarà endemica.

Sirah

L’altr’anno non avrei trovato un vigneron rebelle neanche mettendomi a urlare su una strada di Borgogna. Quest’anno ero sotto la buona stella, andavo a colpo sicuro, non ne mancavo uno.

Il primo a Cruzilles, dietro Chardonnay, tanto per dire. Guillot-Broux è uno dei domaine bio più antichi di Francia, risalendo agli anni ’50 del secolo scorso. Il vecchio non c’è più, i tre figli mandano avanti una baracca da 100.000 bottiglie l’anno. Un monte di gente va direttamente in cantina, è così che fanno il fatturato. Dunque forza Barosi, resistere. Vent’anni e arrivi.

C’è anche dello sfuso, carissimo. Ne vuoi di buono a un prezzo ragionevole? Vai alla Cave di Estezargues.

Prendo qualche bottiglia di Marc de Bourgogne, un distillato che ha passato tanto di quel tempo in barrique, da non temere il sigaro più pestilenziale.

Chiedo, c’è in giro qualche cremant degno? Il cremant de Bourgogne è il refugium peccatorum degli eccessi di produzione del Maconnais, business in mano alle Caves Cooperatives, le nostre cantine sociali. Mi dà un paio di indirizzi.

Con queste referenze arrivo a Viré al Domaine Sainte-Barbe di Jean-Marie Chaland, un furetto di 30 anni che fa un cremant sans souffre convincente. Domando se le cose marciano. Alza una spalla e fa puh puh con la bocca, uè, marciano, vendo di meno all’estero me di più sul mercato interno. Voi siete il mio primo cliente italiano.

Ma è il sirah che ho in mente. Vienne è a tre ore di furgone. Da lì sulle sponde del Rodano si snoda verso sud la zona del sirah più buono del mondo.

vgassePrima fermata ad Ampuis, sulla Côte Rotie. Cerco Vincent Gasse e lo trovo. La prima cosa che mi dice è qui il vino è caro. Mi fa assaggiare il sirah dai tonnò, 2009. Devo fermarmi un momento. Dieci giorni dopo assaggerò da un tonnò canavesano del sirah 2008 e non troverò gran differenza con quello di Gasse. Il sirah giovane è un vino buono, tannico, vinoso, ma solo con gli anni eventualmente si esprime. E’ un vitigno elastico, che cambia molto col terroir.

In bottiglia è disponibile il 2002 e il 2004. Prendo il 2002 che costa meno, evidentemente non fu una grande annata. Lo berrò qualche sera dopo, trovandolo sottile, complesso e lontano. Insomma senza capirci granché.

Proseguo verso Valence, salto l’Hermitage che mi intimidisce con le sue maison tirate a lucido, e proseguo verso Cornas, zona di sirah più rustico. A Châteaubourg dai Durand constato che non c’è disponibile del Cornas più vecchio del 2008.

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OLYMPUS DIGITAL CAMERA Claudio Rosso si è sposato con Loredana. E’ stata festa grande, dove anche Giovanni si è preso una piomba, giorni dopo mi disse di non avere più la tempra.

Claudio nel suo fare il vino ha tra i suoi riferimenti i francesi. Beviamo a pranzo una bottiglia di Pouilly-Fuissé senza Aoc di un vigneron rebelle che non ricordo e discutiamo la differenza coi suoi bianchi. Sta nei terreni meno grassi, negli impianti fitti, nella latitudine più fredda, l’uva è come costretta a succhiare tutto quello che può, i bianchi non hanno neanche fatto la malolattica, hanno una freschezza maggiore, senti come evolvono nel bicchiere. Qui con l’opulenza di questi terreni devo giocarmela in modo diverso, contare sulla struttura.

A lui chiedo cosa pensa del sirah. Quelli buoni che ho bevuto erano vini voluminosi — sì, ha usato questo termine. Allora mi torna in mente che il sirah più buono che ho bevuto finora è quello di Oddone Prati in Val Bagnario. Dietro quel sirah c’è una signora di cui un giorno voglio parlare.