Design

paletta_534Questa paletta fu fatta da Mario Bianco 20 anni fa, in quel laboratorio che si intravede sulla destra. Gli ci volle una giornata intera di lavoro metodico e perfezionista. Sorse al di fuori dello scambio monetario: la parte che raccoglie è un pezzo di lamiera di copertura precisamente piegata, l’asta viene da un pezzo di castagno squadrato e rifilato, il manico, così ergonomico, da un altro scarto di legno ritornito, i rivetti che le hanno dato solidità erano chiodi da cerchi di botte recuperati, tagliati e ribattuti a misura. Broche ‘d cerc, in lingua originale, ma l’alfabeto scritto non rende giustizia — la b si liquidizza in una v, la r che segue si arrota, la seconda e si allarga in una quasi-a. Qui in Monferrato l’esplosività del piemontese si combina con un’impostazione consonantica non ubriaca ma alticcia e le vocali si moltiplicano in mezze misure.

Questa paletta mi fa pensare.

Al tempo mai perduto in distrazione e se sia vero che le opere da sole non salvano. Al design di un oggetto fatto per essere molto usato e per durare più di se stessi, che diventa anzi più bello con gli anni. Alla languida catena delle generazioni e alla compresenza di vivi e di morti. Al saper fare che non c’è più e a quanto ne sentiranno la mancanza i tempi che vengono. Alla qualità senza nome. Alla verticale caduta di qualità degli oggetti circostanti a cui ho potuto assistere brevemente vivendo. A come sarebbe possibile che il vino sia cattivo dove si raccoglie la rumenta con tale paletta — il mitico Lato B senza solfiti aggiunti.

Ho il privilegio di usare quotidianamente da sei anni una scopa fatta da Mario come quella accanto alla paletta, perfetta per il marciapiede, che mi fa da aia. Credo di averla portata ai tre quinti del suo ciclo vitale e di avere cambiato nel frattempo almeno sei palette. Ho spazzato con lei due quintali circa di cicche e cartacce senza spingermi a chiedermi come mai non ci fosse qualcuno in divisa a farlo per me, visto quello che pago di immondizia. Una scopa che dà pace.

Robiole

OLYMPUS DIGITAL CAMERAGiornata che piace all’oidio, un sole sporco e una brezza malata del duro luglio 2010. Qualche ora con Claudio Solito della Viranda, su una strada in cresta da San Marzano Oliveto a Roccaverano, passando Belbo e Bormida, in visita all’eroico odierno, Marco e Fabrizio della Masca, allevatori di capre e fabbricatori di robiole.

Il mal bianco rimembra campane e sirene che allarmavano le colline pei trattamenti fino a 15 anni fa, quelle dalle parrocchie e queste dai consorzi. Oggi è silenzio, l’occhio può andare a leggere in municipio gli elenchi di prodotti chimici da dare, prontuari politicamente corretti, a un prodotto Bayer segue un prodotto Agrifarma e via bilanciando.

Questo silenzio delle campagne mi ricorda uno sfogo di Giovanni. E poi mi vengano a dire che la qualità della vita è migliorata. Quello là vent’anni fa lavorava con venti chili sulle spalle a dare il verderame e cantava tutto il giorno. Oggi che c’è il trattore e tutte le comodità, bestemmia peggio di me, che se passa don Romano ci squalifica tutti e due.

Altro secolo, altro male. Anche qui in cresta, dove le pendenze non fanno gola alla meccanizzazione e l’ambiente è sano, la flavescenza imbrunisce una vigna qua una vigna là, in mezzo tutto bene. Lo scafoideo risulta più imprevedibile del dado, non sai se si muove o sta fisso. Esiste una spiegazione olistica della flavescenza, la vigna forzata a produrre è quella soggetta a malarsi, ma l’osservazione smentisce. Ci sono i trattamenti obbligatori, ma tutti sanno che servono a niente, a parte l’industria chimica. E’ un male che si conosce poco, neanche i francesi lo hanno inquadrato. Non sarà un’apocalisse, si convivrà.

Chi convivrà? Il 60% della forza è oltre l’età della pensione, e non ci salveranno i rumeni. Molte terre in vendita, con 1 euro e venti al metro prendi belle posizioni. Il problema sono le case, se le accaparrano svizzeri e pure americani. Assisteremo alla divisione tra terra e case, chi lavorerà non abiterà.

Per Claudio cosa urgente è separare la piccola azienda agricola dall’agroindustria, non deve la prima avere gli stessi obblighi formali e fiscali della seconda. Lasciare correre il piccolo, non imprigionarlo per i salami fatti in casa, non chiudergli il laboratorio non piastrellato fino a 2,40, non torturarlo per un’etichetta fuori norma. Così si affronta la notte prossima ventura, di nuovo un’agricoltura di sussistenza, con l’orto, gli animali e il ciclo della fertilità. Prima la pancia piena, se no sommosse.

Nella piccola azienda sarà sempre il titolare a guidare il trattore. Se infatti accadesse un infortunio al salariato, l’Inail obbligatoria pagherà il salariato ma si rivarrà sul titolare con i mille obblighi di legge inosservati. Se invece si fa male il titolare a Rocchetta Palafea, l’Inail obbligatoria lo pagherà 7 euri dopo la franchigia e l’obbligo penale di presentazione ad Asti per la firma. Scommettiamo che l’Inail è in utile? Scommettiamo che l’agricoltore coscienzioso si fa un’assicurazione privata?

E’ l’Associazione Rurale Italiana che si occupa di promuovere una proposta di legge sulla piccola proprietà agricola. Fanno festa alla Viranda l’ultimo di questo mese.

Siamo alle robiole infine. Ecco gli isolati da medaglia al valore civile, le sentinelle del nulla, i bisognosi di silenzio, le guardie dei muri a secco, gli allevatori di capretti da latte materno di fronte ai camion di bestie orientali da 2 euri al chilo. Scommettiamo che uno studio di settore si occupa anche di loro?

Domenica con l’agricolo

universo_01 Giovanni Bianco è un uomo fuori scala: quasi due metri, più di cento chili, due mani senza senso da un punto di vista urbanistico. Spesso si riferisce a se stesso come l’agricolo, in terza persona. La cantina t’impressionerà per la pulizia quasi umiliante, ma poi scoprirai che l’aia, la vigna, l’orto, tutto da lui è bello in senso agricolo. Cura e simmetria. Non ho ancora incontrato una pari sensibilità per la pianta, una tale disperazione per come potano i rumeni.

Un’altra locuzione ricorrente di Giovanni è Benissimo! con cui chiude tutte le sfighe e contrarietà che ti racconta. Tra l’agricolo e il Benissimo! c’è una relazione. Senza il sostrato eterno dell’agricolo, rimarrebbero solo fatica, burocrazia e frustrazione. Benissimo! L’agricolo ancora può ironicamente sopportare e integrare.

Siamo stati da Giovanni alla fine di agosto e abbiamo fatto pranzo all’Universo di Cossano Belbo. Erano giorni di vendemmia del moscato e i trattori carichi di uve si mettevano in coda dagli spumantieri di Santo Stefano. Mangiamo parlando di letame, di come sia difficile da trovare, perché nessuno alleva più bestie, e dove si allevano non si usa la paglia. Una volta ci potevi dormire con la mucca, da quanta paglia c’era. Giovanni non è ottimista su come sarà la campagna attorno a lui tra dieci anni: spopolata e accentrata in poche grandi proprietà.

Al ritorno mi porta nella vigna vecchia. E’ una vigna di barbera che ha forse 100 anni. Da lontano sembra in ordine, ma da vicino si vedono gli effetti della flavescenza. L’altr’anno le autorità dicono che la flavescenza è debellata, ma quest’anno è di nuovo qui, e all’efficacia dei trattamenti obbligatori non ci crede più nessuno. Poi c’è la coerenza dell’amministrazione, che se hai una pianta malata ti ordina di estirparla subito, ma se vuoi il rimborso ti ordina di lasciarla lì fino a quando vengono a controllare. Mah.

In questi giorni il papà novantenne di Giovanni deve essersi sentito meglio, tanto che è uscito di stanza a finire un rastrello di legno iniziato due anni fa. Anche oggi scende a salutarci e dice: Se solo avessi 80 anni, non farei tanta fatica a camminare. Capito? Non: Ah se avessi vent’anni.

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Il giorno dopo sono da un altro agricolo, Fabrizio Fabiani. Con lui consideriamo come sia cambiata la vendemmia da un punto di vista antropologico. Da una festa degli amici e dei parenti che per niente o per il pranzo venivano a dare una mano, è diventata la cupa festa dell’ispettorato del lavoro che scende come il falco a comminare multe esorbitanti. Un produttore di barbaresco o di barolo non si lamenterà del costo del lavoro, ma chi fa barbera o dolcetto?

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Il martedì sono da Binello a Pianfiorito, vicino ad Albugnano. Binello è il tipo di agricolo in ciabatte e braie cürte, che calcola le quantità di vino in brente e il prezzo dei terreni in milioni di lire. Pianfiorito è un’azienda agricola che fa foraggio, che serve per la stalla, che serve per il letame, che serve per il frutteto, gli ortaggi e le vigne — e così il ciclo si chiude.

Qui ad Albugnano fino alla guerra era uno dei posti più sfruttati d’Italia per l’agricoltura, non c’era un angolo di terra libero. Poi la Fiat l’ha spopolato. Ci son voluti trent’anni per vedere tornare gente nelle case vuote, ma il gerbido è rimasto gerbido. Del resto oggi è impossibile mettersi a fare l’agricoltore se non hai dei capitali importanti. Una volta pagavi le tasse una volta l’anno, adesso tutti i giorni c’è qualcuno che ti chiede dei soldi. Mi ci è voluta una vita a mettere insieme i 70 ettari di Pianfiorito insieme a mio fratello, ma ancora oggi se non fossimo a Porta Palazzo tutti i giorni con la frutta e gli ortaggi, non so se ce la faremmo. Tra dieci anni? I giochi sono fatti. Dove vedi il gerbido adesso, lo vedrai anche tra dieci anni.