Nebbiolizzazione

Avviene una nebbiolizzazione del Piemonte, espressione sentita per la prima volta sulla bocca di Sandro Barosi. Vi concorrono ragioni di mercato, i viticoltori estirpano dolcetto per piantare nebbiolo ingolositi dal prezzo. Sono vittime di mode o razionali calcolatori delle forze in scena? Vi ha infatti ruolo di primo piano la Regione, con costruttivistico progetto di sporgere il Piemonte vinicolo sui mercati esteri, a confrontarsi con una Borgogna Pinot Nero, un Bordeaux Cabernet Sauvignon.

A monte le diagnosi sbagliate dell’economia pianificata, a valle controlli ferrei, sistematiche visite di polizie, incremento metodico di costi via regolamenti. E’ così che si incentivano gli uni e si scoraggiano gli altri, così si creano i deplorables agricoli, i left behind di campagna, i forgotten men del Piemonte eccentrico. Piemonte o Langhe Nebbiolo? La lotta è al coltello, secondo rumors i carabinieri che hanno contestato la frode al presidente del Consorzio del Barolo non arrivano da Alessandria per caso.

Nas attivi anche con i piccoli, vanno gentilmente da Giorgio Sobrero a prelevare campioni per analisi del DNA, che sul mercato valgono 700 euri ciascuna, e stabiliscono che uve, se zucchero o acqua aggiunti. Sobrero gentilmente considera che l’effetto combinato dei disciplinari, che impongono il diradamento; del clima, che alza il grado al limite; dei controlli sul tasso alcolico, che vogliono lo zero, mette il produttore nella gentile posizione di Houdini in catene sott’acqua.

Per andare da Sobrero mi fermo da Destefanis a ritirare un campione. Gianpaolo non c’è, la mamma mi offre un caffè. Noto padella sul putagè, che bolle su fuoco alto, chiedo cosa prepara. Il dado. Mezzo chilo di tutto, cipolla carote sedano carne, un’erba che non ricordo, sale q.b. Cottura a restringere, poi si passa, si imbarattola caldo e dura un anno. Il problema sono le verdure, una volta erano più secche e gustose, oggi una carota vale un sedano, il più è acqua. E impestate più della carne. Mentre giro il cucchiaino mi chiedo se in un’orizzontale alla cieca troverei il dado di Miss Dado più buono di questo dado degli ultimi giorni.

Nebbiolo Natale

Nebbiolo da qui a Natale, bella notizia perché stare senza è come giocare senza il centravanti titolare.

Riepilogo i fatti: da un anno non proponiamo nebbiolo, perché ha preso dei prezzi all’ingrosso troppo alti. Potrei girare gli aumenti sul prezzo di vendita, ma qui entra in gioco la visione di fondo — non credo tanto così alla ripresa, nè mondiale, nè americana, nè italiana, il sistema è insostenibile, è uno schema Ponzi questo sì globale, in cui si cura il debito con più debito e l’unica colla che lo tiene insieme è il monopolio della forza e l’universale manipolazione. Perché dovrei cedere sul prezzo del nebbiolo e far finta che un mercato ancora esista? Al diavolo, amico! Al primo posto sta il tuo e mio potere d’acquisto, non mancano le cose buone e sostitutive.

Questo nebbiolo-natale è da zona eccentrica, Albugnano, la più piccola doc italiana. E’ un po’ più scuro di quello di Langa, meno viola al naso forse, ma ci sono altre cose e una personalità giovanile e atletica, senza essere muscolosa. Mi piace molto. E non credere che sia il primo e unico, dalla Langa vengono ad Albugnano ad acquistare le uve se non il vino, a prezzi che qui non si sono mai visti, alla faccia del prodotto territoriale.

La provincia di Asti vorrebbe il Piemonte Nebbiolo, la provincia di Cuneo resiste per ovvi motivi. Io non saprei per chi votare, come per il più famoso referendum, il più pulito ha la rogna. Si potrebbe andare al mare, il mare d’inverno è così elementare, spaesa e guarisce.

Nascetta

Lo incontro da Doglia. Flavio Bera, piacere. Di Treiso. Zona di Barbaresco… Sì, ma noi non facciamo Barbaresco, invece Dolcetto e Nascetta. Ah Nascetta, la bevvi di Cogno 10 anni fa, ma la chiamavano nas-cetta. Sì, con la dieresi sulla e. Ma questa nominazione è riservata a quelli di Novello, gli altri, saremo una ventina di produttori, la chiamano Nascetta.

Il vino si apre di agrumi, passi a delle cose vegetali, poi col tempo espone dei tratti minerali. Ma se è così buono, come mai era sparito? C’è voluta l’Università di Torino per rimetterlo in circolazione. Perché è un vitigno difficile. Difficile in vigna, se non lo poti bene e per tempo, scappa in una esuberanza di vegetazione controproducente, difficile alla raccolta, ché l’uva tende a marcire improvvisamente, difficile in cantina, se pressi troppo vengono fuori degli aspetti che non funzionano bene.

Se dovessi dire cosa mi ricorda, direi il Riesling, gli trovo una simile evoluzione nel tempo.

Parliamo di Nebbiolo. Lo vede come un vitigno con una personalità tale che gli permette di cavarsela anche in situazioni complicate, là dove altri vitigni vanno in crisi — come il Dolcetto, così delicato.

I vitigni lo appassionano. Tiene una sua vignotta sperimentale di sei vitigni rari autoctoni. C’è anche il baratuchat, e altri nomi che non ricordo, tutti bianchi. Si entusiasma al pensiero del numero di varietà presenti in Italia, un numero così alto, 6500 ne ha contati l’Università.

Parliamo di debito. E’ per un giubileo del debito, si stampi moneta abbastanza, non si capacita che ci sia qualcosa che lo impedisce. Io invece sono per una moratoria delle politiche economiche e monetarie, e per onorare il debito. Mi lascia recitando il Padre Nostro, rimetti a noi i nostri. Che potevo fare se non tacere, eventualmente mansueto sorridere.

Sharmelsheikizzazione

copertina_mozzarelle_o2Promuovo questo libro senza far mio l’armamentario concettuale. Nella fotografia dell’odierno spazio-tempo non vedo capitalismo ultraliberista di sorta, traduco anzi così il Presidente del Consiglio che in Borsa va a dire il capitalismo di relazione è morto: il capitalismo delle VOSTRE relazioni è morto, il capitalismo delle NOSTRE relazioni è vivo e vegeto.

Non vedo similmente austerità come causa. La spesa pubblica è in salute smagliante, le tasse anche di più, gli unici tagli sono alle deduzioni. Non sono varoufakisiano, iscritto da un pezzo al partito del non ce la facciamo, non vedo uscite e semmai individuali.

Non vi si parla di tasse. Peccato, perché la pratica fiscale del Genio del Marketing, o qul di frigu, come viene chiamato in sprezzatura nella Provincia Granda, è di certo rilievo. Nella polarizzazione tra precari e padroni, sarei più interessato alle fosse comuni dei kulaki della classe media.

Ciò detto, il libro è sistematico, come merita il suo oggetto, e pieno di fatti e di opinioni e di numeri, interessantissimo per i torinesi. Titolo cervellotico, che allude a un certo passo di Marx sul feticismo della merce, l’argomento è relegato al sottotitolo — lo slowfoodismo fatto sistema, la Matrix gastronomica.

Alti cibi

chirubaPubblichiamo un pezzo di discussione su Eataly avvenuta su slowit, con la nostra opinione e quella del coordinatore. Dopo una visita sul campo, posso dire con cognizione di causa che, nonostante l’ottimo lavoro di Negozio Blu, non si tratta di un’esperienza diversa da quella che puoi avere in un supermercato qualunque, e che paghi un alto prezzo per un alto cibo avvolto in alta ipocrisia.

To: SlowIt@yahoogroups.com
From: “Francesco Venier” <vf@libero.it>
X-Yahoo-Profile: il_coordinatore_di_slowit
Sender: SlowIt@yahoogroups.com
Mailing-List: list SlowIt@yahoogroups.com; contact SlowIt-owner@yahoogroups.com
Delivered-To: mailing list SlowIt@yahoogroups.com
Date: Thu, 01 Feb 2007 17:16:59 -0000
Subject: [SlowIt] Ogg: Slowfood entra nel business dei parchi a tema?
Reply-To: SlowIt@yahoogroups.com
X-Yahoo-Newman-Property: groups-email-trad

Marco,
Sono d’accordo con le tue valutazioni ma mi pare manchi un pezzo al
tuo discorso.

SF, volenti o nolenti, e’ gia’ un brand
(http://it.wikipedia.org/wiki/Marca) nazionale piuttosto forte.  Se
vovessi farne una valutazione commerciale a spanne direi cha ha un
valore come minimo di 50.000.000 di euro.

La sua credibilità, quindi il suo valore, deriva dal disinteresse e
dalla passione di tutti coloro che hanno contribuito a costruire
l’associazione.

Finora SF ha usato la forza del suo brand soprattutto per sostenere
l’educazione al gusto, le piccole produzioni (creando anche qualche
mostro) e, che io sappia unico momento di relativa monetizzazione del
brand, organizzare i saloni in cui a mio avvisola finalità economica
rimane comunque in secondo piano rispetto a quella educativa.

Eataly è a mio avviso un punto di svolta.  Posto che non sono sicuro
che SF percepisca delle royalties per l’uso del marchio (che non ha
nulla a che vedere con la consulenza), ma lo do per scontato
altrimenti sarebbe una assurda regalia a chi non ne ha bisogno, si
tratta della prima volta che al massimo livello l’associazione
istituzionalizza la commercializzazione del suo brand (cosa peraltro
ampiamente fatta in piccolo da molti fiduciari specie all’estero).

Se questo, una volta pagati i “consulenti” di Eataly, produrrà
maggiori risorse per l’associazione che saranno incanalate in modo
coerente rispetto alla mission di SF, ovvero proprio per sostenere la
varietà ed i piccoli produttori che sono tagliati fuori dai sistemi
della distribuzione organizzata e dai megastore più trendy, per me è
una operazione buona.

Ciao a tutti,
Francesco

— In SlowIt@yahoogroups.com, Marco Ferro <marcoferro@…> ha
scritto:
>
> Salute a tutti,
>
> e’ la prima volta che intervengo e cerchero’ la sintesi: Eataly a
> partire dal suo nome globalizzato e’ un’espressione titanica di
> volonta’ di potenza e nichilismo, che non fara’ bene ne’ alle citta’
> ne’ ai piccoli produttori.
>
> Con la connivenza delle pubbliche amministrazioni, il sostegno delle
> banche e la partecipazione della Lega delle Cooperative creera’ altri
> 10, 100, 1000 santuari artificiali per il passeggio concentrato di
> umanita’ inconcludente, favorendo il controllo sociale,
> l’omologazione dei comportamenti e la desertificazione commerciale
> degli altri quartieri. Auchan a nord, il Bennet a est, le Gru a
> ovest, Farinetti a sud e niente in mezzo: e’ cosi’ che i municipi
> amano le loro citta’.
>
> Un effetto mediatico di Eataly sara’ di convincere che l’enciclopedia
> dei prodotti cola’ selezionati esaurisca il mondo della qualita’,
> sara’ come il diserbante sparso con l’elicottero sulla biodiversita’
> dei piccoli produttori assenti o resistenti.
>
> I piccoli produttori peraltro se lo meritano, perche’ quelli presenti
> a Eataly avranno accettato il contratto standard di Farinetti: mi dai
> un bancale all’anno per tre anni, il primo bancale meta’ te lo pago
> con sconto 10 e meta’ me lo regali. Con un po’ di aritmetica, vuol
> dire uno sconto del 27% — capito enoteche? mentre voi pagate a
> prezzo di listino… E la piantino Carlin e Farinetti con i ricarichi
> giusti in conferenza stampa, che nessuno se li puo’ permettere alti
> come Eataly.
>
> Ci sono nel progetto delle contraddizioni tali che possono stare in
> piedi solo contandosi delle gran balle, e che meritano l’augurio
> collettivo che la cosa non prenda troppo piede.
>
> Saluti,
>
> Marco Ferro
> ———–
> www.vinologo.it
>
>
> > Ciao Francesco,
> >
> >Per carità! Il buon Sergio non c’entra nulla. Nemmeno Slow Food a
> >dire il vero, nel senso che Eataly si propone di aprire in 10
città
> >d’Italia che sono le più grandi del nostro paese, salvo forse
Verona
> >che viene proposta anche in virtù di altri elementi (per la
> >posizione, perché è la città di Vinitaly, perché il Veneto non ha
> >altre sedi in ipotesi).
> >Comunque, approfitto dell’occasione per aggiungere a quanto è già
> >scritto nel nostro comunicato che l’obiettivo di Eataly non è
quello
> >di ricadere nelle logiche “massificanti” ma bensì di ampliare il
> >pubblico di fruitori di cibi di qualità. Dove per qualità non si
> >intendono (solo) le eccellenze assolute, ma più in generale
prodotti
> >buoni, più buoni di quelli che si trovano normalmente nella grande
> >distribuzione.
> >Per fare ciò Eataly si propone di puntare molto sulle produzioni
del
> >territorio in cui nasce, e quindi ogni nuovo Eataly dovrà sapersi
> >guardare attorno.
> >Per costruire il team di fornitori del punto vendita di Torino si
è
> >lavorato 3 anni, partendo quindi da lontano. Per gli altri ci
vorrà
> >meno tempo ma sicuramente non assisteremo all’apertura di un nuovo
> >Eataly tra pochi mesi.
> >Noi di Slow Food non siamo entrati nel business (stiamo fornendo
una
> >consulenza sull’individuazione dei potenziali fornitori e sulla
> >parte didattica) e ci auguriamo che Eataly sappia mantenere la
> >propria promessa. Se così sarà, continueremo a collaborare.
> >La prima volta che passi da Torino vallo a visitare, così potrai
> >giudicare questa prima tappa del progetto.
> >Un saluto,
> >
> >Cinzia
> >
> >
> >
> >
> >
> >Cinzia Scaffidi
> >Slow Food
> >Via Mendicità 14
> >12042 Bra (Cuneo) – Italia
> ><http://www.slowfood.it>http://www.slowfood.it
> >
> >
> >
> >
> >Ciao a Tutti,
> >
> >Qualcuno ha visitato Eataly (vedi articoli e CS SlowFood in
calce)?
> > Da quello che leggo è una specie di parco a tema sul top-food.
> > Alla prima occasione vengo a Torino a farmi un giro.
> >
> >Certo che si corre un po’ il rischio di ricadere nelle logiche
> >”massificanti” per combattere le quali SF è nato non vi pare?
> >
> >Leggo che la rampante iniziativa ha progetti di espansione
piuttosto
> >ambiziosi  ma Trieste è lasciata fuori.  Sarà mica colpa di Sergio
> >che si rifiuta di tenere a battesimo l’eventuale filiale locale
> >J
> >
> >Un saluto a tutti da Francesco Venier
> >
> >
> >
> >27-01-2007
> >
> >ITALIA OGGI
> >Qualità, nasce Eataly … Un nuovo business messo in campo da
> >Slowfood e Coop. Da Torino una catena di food-viliage… Torino,
> >nell’ex opificio Carpano, a pochi passi dal complesso
polifunzionale
> >del Lingotto, è nato Eataly, il primo grande mercato dedicato agli
> >alti “cibi”, dove l’enogastronomia di qualità, soprattutto
> >piemontese, ma più in generale italiana, con qualche concessione
> >all’Ue, incontra i prezzi sostenibili tipici della grande
> >distribuzione.
> >Il tutto all’insegna del motto, di Wendell Berry, il celebre
> >contadino- poeta del Kentucky, divenuto famoso anche grazie a Slow
> >food, secondo il quale “mangiare è un atto agricolo” e quindi, in
> >buona sostanza, il primo gesto agricolo lo compie proprio il
> >consumatore scegliendo ciò che mangia. E per la prima volta in
> >Italia all’enogastronomia di qualità è dedicato un luogo dove è
> >possibile l’incontro con il consumo di massa o comunque non più di
> >nicchia. Eataly non sembra però destinato a rimanere un caso
> >isolato: dopo Torino la proprietà ha annunciato aperture a Genova,
> >Milano, Verona, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Palermo. A oggi
si
> >tratta comunque di un luogo certamente unico dove si può comprare,
> >mangiare e imparare a riconoscere il cibo di qualità, ad
apprezzano
> >a tavola, ma anche a cucinano a casa grazie ai corsi di cucina
> >curati da grandi chef piemontesi. Eataly è nato da un progetto
> >dell’imprenditore Oscar Farinetti, con la consulenza tecnica di
Slow
> >food (ieri all’inaugurazione ufficiale era presente anche il
> >presidente, Carlo Petrini) e la partecipazione di tre grandi
> >cooperative: Coop Adriatica, Coop Liguria e Novacoop Piemonte.
> >Eataly occupa una superficie di circa 11mila metri quadrati
> >all’interno della storica fabbrica dei vermouth Carpano dismessa a
> >metà anni 90 e completamente ristrutturata nell’arco di tre anni,
> >sotto il vincolo della Soprintendenza. All’interno dell’ex
opificio
> >vi sono 3.200 metri quadrati destinati ad aree didattiche, 2.450
> >metri quadrati per la vendita e la somministrazione del cibo (con
un
> >ristorante di livello nel seminterrato e tanti piccoli ristoranti
> >tematici informali dove è possibile degusta,re sul posto ogni
> >prelibatezza in vendita) e 820 metri quadrati destinati a percorso
> >coperto aperto al pubblico.
> >Le aree di vendita sono tematiche: il pesce, la carne
(rigorosamente
> >del Cuneese), i formaggi e i salumi (accanto alla vendita al banco
> >sono presenti sale di affinazione nel seminterrato), la frutta e
la
> >verdura, il caffè e il tè, il gelato artigianale, la pasta fresca
e
> >la pasta secca di alta qualità, il pane e i dolci appena sfornati
> >cotti in un forno a legna in pietra da un cuoco francese, i vini
> >(oltre 40 mila bottiglie), la birra da tutto il mondo con alcune
> >presenze significative di piccoli birrifici artigiani piemontesi.
> >Non solo. Una biblioteca tematica ospiterà a regime mille volumi
> >ispirati al mondo del cibo e numerose riviste di settore e una
> >capiente sala conferenze da circa 200 posti consentirà di
sviluppare
> >urta significativa attività convegnistica.
> >Autore: Alessio Stefanoni
> >
> >
> >27-01-2007
> >
> >IL SOLE 24 ORE
> >Eataly, megastore di enogastronomia … Alimentare. Parte dal
> >Lingotto il progetto di Farinetti: una catena dedicata ai prodotti
> >tipici… Da New York sono in tanti ad aspettarne l’arrivo. Ma per
> >il debutto di Eataly, il più grande centro enogastronomico del
> >mondo, Oscar Farinetti, piemontese, 52enne, ex-presidente di
> >Unieuro, ha scelto proprio l’Italia. E ha scelto il Lingotto di
> >Torino dove ieri sono stati inaugurati oltre 10mila metri quadrati
> >di sapori e prelibatezze: tutti rigorosamente italiani. La
location
> >è un edificio storico caro ai torinesi, la sede della fabbrica
della
> >Carpano, datata 1780, dove nacque il “Punt e mes” e oggi l’inizio
di
> >una catena di io megastore enogastronomici concepiti secondo una
> >formula nuova.
> >Tutto per promuovere il meglio dell’alimentare italiano a prezzi
> >accessibili. Dal punto di vista finanziario la società Eataly
> >Distribuzione è partecipata al 60% dalla holding della famiglia
> >Farinetti e per il restante 40% da Coop Liguria, Coop Piemonte e
> >Coop Adriatica. Eataly Distribuzione investirà 20 milioni di euro
> >per ogni megastore aperto.
> >«Eataly è un progetto nato tre anni fa per la vendita su Internet
> >dei prodotti artigianali italiani di massima qualità – dichiara
> >Farinetti -. È l’unione di piccoli produttori che da generazioni
in
> >generazione creano cibi e bevande di altissima qualità in piccole
> >quantità selezionati in collaborazione con Slow Food». Lo spazio
> >Eataly è cosa diversa da una semplice show-room del palato perché
> >riunisce in una cornice elegante 3mila metri quadrati per la
vendita
> >al pubblico di specialità, otto ristoranti, due bar caffè, una
> >agrigelateria e dieci aree didattiche con una grande biblioteca
> >dotata di 10 personal computer e internet. Qui i clienti possono
> >imparare a cucinare, accostare, mangiare e scegliere il meglio del
> >made in Italy. E un’agenda tra corsi di cucina con chef famosi e
> >presentazioni di oltre 200 eventi per il 2007.
> >Farinetti ha creato in tre anni una rete di raccolta e
> >valorizzazione dei prodotti artigianali alimentari di pregio
> >acquistando piccole aziende di altissimo livello come il
pastificio
> >di Gragnano, una dozzina di salumifici e aziende agricole
> >artigianali oltre a una serie di partecipazioni in altre aziende.
E
> >dopo Torino, in attesa dello sbarco a New York dove uno dei
maggiori
> >immobiliaristi di Manhattan, appassionato dell’Italia e della sua
> >gastronomia, tiene pronto un grande spazio al Rockfeller Centre.
> >Poi, per quanto riguarda ancora l’Italia, arriveranno i 7mila
metri
> >quadrati della Stazione marittima di Genova restaurata in
occasione
> >del G8 e quindi Milano, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli,
Bari
> >e Palermo, ciascuno con un investimento intorno ai 20 milioni di
> >euro. «Tempi e modi dipenderanno anche dai risultati di Torino –
> >puntualizza Oscar Farinetti – ma ce la faremo, siamo molto
> >fiduciosi».
> >Autore: Paola Guidi
> >
> >
> >
> >
> >
> >Comunicato stampa di SlowFood.
> >
> >
> >
> >  Italia – 26/01/2007
> >  L’apertura di Eataly a Torino
> >
> >
> >  Dopo quattro anni di lavori, e accompagnato negli ultimi giorni
da
> >grande attesa e curiosità, finalmente apre Eataly, nello storico
> >edificio che ospitava la Carpano, in via Nizza a Torino. Là dove è
> >nato il vermouth, la cui storia è ricordata nel museo che Eataly
ha
> >realizzato e ora ospita al suo interno. A pochi passi dal
Lingotto,
> >dove tre mesi fa si sono celebrati Salone del Gusto e Terra Madre.
> > Si può dire che Eataly è figlio del Salone del Gusto (c’è chi
l’ha
> >definito un Salone che dura tutto l’anno) o se preferite un figlio
> >del percorso fatto da Slow Food in vent’anni. Eataly sarebbe nato
> >anche senza la collaborazione di Slow Food, magari non a Torino,
> >magari non uguale, ma non necessariamente meno bello.
> > Eataly sin dall’inizio ha cercato la collaborazione di Slow Food,
> >sia perché riconosceva nella nostra associazione la propria fonte
> >d’ispirazione principale, sia perché il creatore di Eataly, Oscar
> >Farinetti, è di Alba ed è amico di Carlo Petrini da oltre
trent’anni.
> > Prima di proseguire occorre però fornire qualche altra notizia.
> >
> > Ci sono due grandi temi sui quali all’interno di Slow Food ci si
> >confronta ormai da quasi dieci anni: l’opportunità di creare un
> >marchio per i prodotti dei Presidi; la possibilità di impegnarsi
> >direttamente nella commercializzazione dei prodotti dei Presidi.
> >Temi ricorrenti non solo nelle riflessioni fatte in seno
> >all’associazione, ma spesso oggetto di domande da parte di
> >giornalisti e interlocutori esterni. Temi legati tra di loro ma
> >soprattutto temi presenti, più di ogni altro argomento, nelle
> >richieste che i produttori – tanto del nord quanto del sud del
mondo
> >- rivolgono alla nostra associazione.
> > Al quesito legato alla creazione di un marchio abbiamo dedicato –
> >oltre a tante discussioni – la gran parte dell’incontro con i
> >produttori dei Presidi italiani che abbiamo fatto nel maggio 2005
in
> >Sicilia. E non siamo ancora arrivati a una conclusione, tanto che
> >l’argomento è ancora tra i più gettonati sia in eventi ufficiali
che
> >in momenti informali che ci vedono confrontarci con il mondo della
> >produzione. Ad oggi non abbiamo mai considerato opportuno
occuparci
> >direttamente della realizzazione e gestione di un marchio, ovvero
> >della certificazione dei prodotti, che sarebbe anche un bel
business
> >ma rischierebbe di incidere in modo piuttosto pesante
sull’identità
> >e la mission di Slow Food. Anche perché quello che fa Slow Food in
> >Italia poi lo ripetono Slow Food Usa, Slow Food Germania, Slow
Food
> >Giappone, eccetera. Quindi, dovesse mai arrivare il giorno in cui
si
> >prenderà questa decisione, bisognerà avere costruito un percorso
> >assolutamente ineccepibile in tutti i suoi passaggi.
> > Ugualmente, rispetto al tema della commercializzazione dei
prodotti
> >siamo sempre stati convinti che non fosse opportuno entrare
> >direttamente in pista, ovvero realizzare nostri punti vendita o
> >comunque commercializzare noi stessi i prodotti. Per gli stessi
> >motivi di cui sopra: il business sarebbe garantito, ma la
> >possibilità di mantenere un ruolo super partes rispetto ai singoli
> >produttori diventerebbe certamente più complicato.
> >
> > Ciò detto, risulta evidente che non è possibile evitare un
> >confronto su questi temi quando le sollecitazioni sono quotidiane,
e
> >quando arrivano in modo particolare da quei produttori con i quali
> >ci siamo proposti di dialogare per individuare interventi utili a
> >contenere il quotidiano depauperamento del nostro patrimonio
> >alimentare. Siamo stati noi a cercarli, già a partire dai primi
anni
> >’90; siamo stati noi a sollecitarli affinché recuperassero il loro
> >impegno in ambito produttivo, garantendo che avremmo creato
> >l’attenzione del pubblico necessaria per ritrovare il mercato. A
noi
> >loro chiedono ancora oggi un aiuto per stabilire un rapporto con
> >questo mercato che non ha ancora definito del tutto né una nuova
> >figura di consumatore (quel co-produttore che ci immaginiamo
proprio
> >noi di Slow Food) e che sta cercando il luogo in cui realizzarsi,
> >tra mercati contadini da un lato e grande distribuzione che si
> >contamina (almeno per l’immagine) con prodotti tipici e
d’eccellenza.
> >
> > In questo quadro si colloca Eataly.
> > Oscar Farinetti si è presentato quattro anni fa con un progetto e
> >alcuni disegni che di diverso da quello che si può finalmente
vedere
> >oggi avevano solo la sede, nel senso che non era ancora stato
scelto
> >Palazzo Carpano. E nemmeno Torino, a dire il vero, alla cui scelta
> >ha contribuito in maniera determinante proprio Slow Food.
> > Il progetto ci è piaciuto moltissimo, da subito. Ci siamo
> >confrontati in seno ai nostri organismi dirigenti (Segreteria
> >Nazionale e Consiglio dei Governatori) in merito alle due
decisioni
> >che dovevamo prendere e che abbiamo preso poi all’unanimità: la
> >prima riguardava la proposta di collaborare al progetto, e come
> >evidente abbiamo deciso per il sì; la seconda era la proposta di
> >entrare nella compagine sociale, come ci era stato proposto, e
> >abbiamo optato per il no. Ovvero abbiamo deciso che era giusto e
> >importante fornire un contributo in termine di know-how legato
alla
> >conoscenza di prodotti e produttori (abbiamo realizzato un enorme
> >database a cui Eataly attinge per trovare i propri fornitori) e in
> >termine di attività educativa, che ci vedrà partecipare
soprattutto
> >nell’attività dedicata alle scuole, che partirà in autunno. Poi ci
> >sono anche i Presidi, come ovvio, ma era per noi centrale fornire
un
> >contributo a tutto il progetto, anche per misurarci su altre
> >produzioni.
> > La scelta di non diventare soci di Eataly e di limitarci a un
> >rapporto di consulenza, rinnovabile annualmente in base alla
> >reciproca soddisfazione dei due partner, ci è sembrato più
corretto
> >rispetto a chi siamo e cosa dobbiamo fare. Fornire una consulenza,
> >invece, lo consideriamo in linea con gli scopi che si propone la
> >nostra associazione. Slow Food non avrebbe mai potuto fare Eataly,
> >nemmeno volendolo. Ma per fortuna c’è un imprenditore che ci ha
> >creduto e ha provato a farlo, così come negli anni passati ci sono
> >stati tanti altri uomini e donne che, spinti dal nostro lavoro,
> >hanno avviato imprese di successo. Certamente questa è una
scommessa
> >più grossa, la più importante a cui abbiamo assistito sino ad ora:
e
> >anche per questo dal suo successo dipenderà nei prossimi anni un
> >cambiamento non da poco nel mondo della produzione e della
> >distribuzione alimentare, almeno nel nostro paese. Un cambiamento
in
> >meglio, ovviamente, che aspettavamo da tanto tempo e che il solo
> >lavoro di Slow Food non sarebbe stato sufficiente a determinare.
> > A voler essere ottimisti – come è giusto essere nonostante le
> >catastrofi annunciate per il futuro del nostro pianeta – ci sarà
da
> >divertirci. Soprattutto per degli inguaribili amanti delle cose
> >buone (come noi di Slow Food).
> > In conclusione è giusto ricordare ancora una volta che Eataly non
è
> >di Slow Food (come qualcuno erroneamente crede) e Slow Food non è
di
> >Eataly (come qualcuno sciaguratamente teme).
> >
————————————————-
Slowit: la comunita’ online dei soci Slow Food.
http://it.groups.yahoo.com/group/SlowIt

Il BLOG delle Condotte: www.slowfoodblog.com/it
————————————————-