No Tav

Anche noi no tav, convinti che non ci sia progresso nel futuro dei nostri figli, ma strade impervie, e asini non motori a scoppio. Convinti che la grande infrastruttura sia la grande mangiatoia per l’ingrasso di quel che è, e non ci sia tunnel che valga vent’anni di sofferenza collettiva in superficie. Una generazione cantierata merita una Masada.

Smontando dal pickup, Luca di Agrinova mi chiede se ho i documenti. Nel bosco Cacciatori di Sardegna, facile che fermino. Scendiamo da Giaglione alla Maddalena, dov’è il cantiere recintato con pezzi di muro e filo spinato di marca israeliana. Dentro nessuno che lavora, solo agenti a ciondolare. E’ una giornata di gloria, troppo calda per la stagione. Ogni tanto si saluta qualcuno sul sentiero.

Luca è allievo di Anna Schneider, conoscitore di viti e vitigni, e agricolo part-time. Le vigne vanno giù a ritocchino, più numerose quelle abbandonate di quelle coltivate. Anche qui siamo al capolinea della generazione che fatica. Quelle coltivate stanno incastonate in strutture di pali e tavole di recupero,  protette dagli ungulati.

Qui la fillossera arrivò tardi, portata dall’ufficiale sanitario che l’aveva sotto le scarpe (sorridiamo, pensando di quante cose lo stato sia non la soluzione ma il problema), ma non si portò via i vitigni di casa, e ancora abbiamo l’avanà, il becuet, lo chatuss, la neretta.

Contrariamente a quanto vede l’occhio, dobbiamo immaginare questo paesaggio rigoglioso. Ancora a inizio novecento tra Chiomonte, Giaglione e Gravere erano 600 gli ettari a vigna, oggi 10. Due secoli prima c’era più vino qua che non in Langa e Monferrato, dove regnavano boschi in alto e paludi in basso.

Potrebbero convivere vigne e tunnel? Mah, forse sì. Se si trascura che il prefetto possa vietare gli accessi per fini strategici, che possano espropriare una certa conca a depositare lo smarino, che ci siano state disdette d’ordine per paura dei residui di lacrimogeni in bottiglia.

ronsil_01 E il vino com’è? Spesso difficile per spigoli e acidi. Ma nel Fortunato di Casa Ronsil mi è parso riviva il Chiomonte di Soldati, un vino potente ed esperto, blend di avanà e becuet da vigne storiche di sessanta e più anni, un vino complesso che può stare vicino a un barbaresco o un gattinara, un vino dal prezzo onesto nonostante l’altezza.

Pierino di Casa Ronsil, metà viticultore e metà falegname, mi racconta del vino del ghiaccio. Vigne a 1000 metri, grappoli con rese già basse lasciati sul tralcio fino a dicembre o gennaio, ogni pianta avvolta in una rete di protezione dagli uccelli e dai tassi, solo per le reti ci vogliono due settimane inginocchiati sui sassi.

Per raggiungere le vigne Pierino deve attraversare due posti di blocco, uno dei carabinieri e uno dell’esercito. Ogni volta deve mostrare i documenti. In certi periodi va da vigna a casa anche due volte al giorno, quattro posti di blocco. E’ un anno e mezzo che sono lì, ebbene mai dico mai che mi abbiano detto vada pure, mi ricordo di lei.

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