Domenica con l’agricolo

universo_01 Giovanni Bianco è un uomo fuori scala: quasi due metri, più di cento chili, due mani senza senso da un punto di vista urbanistico. Spesso si riferisce a se stesso come l’agricolo, in terza persona. La cantina t’impressionerà per la pulizia quasi umiliante, ma poi scoprirai che l’aia, la vigna, l’orto, tutto da lui è bello in senso agricolo. Cura e simmetria. Non ho ancora incontrato una pari sensibilità per la pianta, una tale disperazione per come potano i rumeni.

Un’altra locuzione ricorrente di Giovanni è Benissimo! con cui chiude tutte le sfighe e contrarietà che ti racconta. Tra l’agricolo e il Benissimo! c’è una relazione. Senza il sostrato eterno dell’agricolo, rimarrebbero solo fatica, burocrazia e frustrazione. Benissimo! L’agricolo ancora può ironicamente sopportare e integrare.

Siamo stati da Giovanni alla fine di agosto e abbiamo fatto pranzo all’Universo di Cossano Belbo. Erano giorni di vendemmia del moscato e i trattori carichi di uve si mettevano in coda dagli spumantieri di Santo Stefano. Mangiamo parlando di letame, di come sia difficile da trovare, perché nessuno alleva più bestie, e dove si allevano non si usa la paglia. Una volta ci potevi dormire con la mucca, da quanta paglia c’era. Giovanni non è ottimista su come sarà la campagna attorno a lui tra dieci anni: spopolata e accentrata in poche grandi proprietà.

Al ritorno mi porta nella vigna vecchia. E’ una vigna di barbera che ha forse 100 anni. Da lontano sembra in ordine, ma da vicino si vedono gli effetti della flavescenza. L’altr’anno le autorità dicono che la flavescenza è debellata, ma quest’anno è di nuovo qui, e all’efficacia dei trattamenti obbligatori non ci crede più nessuno. Poi c’è la coerenza dell’amministrazione, che se hai una pianta malata ti ordina di estirparla subito, ma se vuoi il rimborso ti ordina di lasciarla lì fino a quando vengono a controllare. Mah.

In questi giorni il papà novantenne di Giovanni deve essersi sentito meglio, tanto che è uscito di stanza a finire un rastrello di legno iniziato due anni fa. Anche oggi scende a salutarci e dice: Se solo avessi 80 anni, non farei tanta fatica a camminare. Capito? Non: Ah se avessi vent’anni.

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Il giorno dopo sono da un altro agricolo, Fabrizio Fabiani. Con lui consideriamo come sia cambiata la vendemmia da un punto di vista antropologico. Da una festa degli amici e dei parenti che per niente o per il pranzo venivano a dare una mano, è diventata la cupa festa dell’ispettorato del lavoro che scende come il falco a comminare multe esorbitanti. Un produttore di barbaresco o di barolo non si lamenterà del costo del lavoro, ma chi fa barbera o dolcetto?

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Il martedì sono da Binello a Pianfiorito, vicino ad Albugnano. Binello è il tipo di agricolo in ciabatte e braie cürte, che calcola le quantità di vino in brente e il prezzo dei terreni in milioni di lire. Pianfiorito è un’azienda agricola che fa foraggio, che serve per la stalla, che serve per il letame, che serve per il frutteto, gli ortaggi e le vigne — e così il ciclo si chiude.

Qui ad Albugnano fino alla guerra era uno dei posti più sfruttati d’Italia per l’agricoltura, non c’era un angolo di terra libero. Poi la Fiat l’ha spopolato. Ci son voluti trent’anni per vedere tornare gente nelle case vuote, ma il gerbido è rimasto gerbido. Del resto oggi è impossibile mettersi a fare l’agricoltore se non hai dei capitali importanti. Una volta pagavi le tasse una volta l’anno, adesso tutti i giorni c’è qualcuno che ti chiede dei soldi. Mi ci è voluta una vita a mettere insieme i 70 ettari di Pianfiorito insieme a mio fratello, ma ancora oggi se non fossimo a Porta Palazzo tutti i giorni con la frutta e gli ortaggi, non so se ce la faremmo. Tra dieci anni? I giochi sono fatti. Dove vedi il gerbido adesso, lo vedrai anche tra dieci anni.

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