Crittografia di un Cabernet Sauvignon

Negli anni ’90 anche in Piemonte si piantò Cabernet Sauvignon e poi Merlot. Era di moda tagliare il Nebbiolo o la Barbera, la moda passò e ora il Cabernet Sauvignon, il Merlot, sono lì, e spesso il produttore non sa ben che farci, lo mette in barrique per prendere tempo. Non andò allo stesso modo in Toscana, forse perché autoctono e vincitore sarebbe stato il solo Sangiovese, dal carattere difficile, o forse perché Slow Food aveva sede in Bra — adesso sta forse a Santa Vittoria, o a La Morra.

Così in questo momento, scarsi di Nebbiolo, teniamo come alternativa un Cabernet Sauvignon del 2014 da Montelupo Albese, nominato CS14. Dopotutto si tratta di vitigno nobile, richiama vini di grande longevità della rive gauche bordolese, vini tannici di corpo medio, con sentori di terra, piccoli frutti neri e spezie. Vini che nella migliore espressione sono i più cari del mondo.

Il nostro è coscienziosamente fatto da produttore, Gianpaolo Destefanis, di mano elegante. Ci sono le cose di sopra, in tono minore, più il peperone in dissolvenza. Un po’ di complessità da un anno in barrique esausta, pochi solfiti aggiunti. Vino meno disposto a ossidarsi di un Nebbiolo, amico del cibo, anche se non quanto un Pinot Nero, vorrebbe accompagnare una bistecca, magari l’agnello, qualcosa di affumicato o grigliato. Facciamo, nel nostro caso, un hamburger o svizzerina, financo una salsiccia. Altro fidanzamento appropriato, il Parmigiano, o anche un Blu.

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