Il vino quotidiano per un italiano di Carlisle

john_3John Irving, direttore di Slow Magazine, non è meno un italiano di Carlisle che un inglese di Torino. Siamo molto affezionati a John, per la classe e l’umorismo (ciao John!). Mesi fa gli avevamo chiesto cos’era vino quotidiano per lui.  Ecco infine cosa ci ha mandato.

Ho bevuto il vino per la prima volta in una giornata di primavera di tanti anni fa. Ogni sabato mattina andavo con mio padre a fare un giro nel centro di Carlisle, la cittadina inglese in cui sono nato e cresciuto: in particolare, alla biblioteca comunale – lui a leggere i giornali nella sala consultazione, io a prendere in prestito romanzi di avventura e fumetti di Tintin. Si partiva a piedi e, durante il tragitto, era facile trovare gli amici di mio padre, vecchi incoppolati, appostati agli angoli dei vari isolati di Botchergate, la via principale. A mio padre piaceva fermarsi a fumare una sigaretta e parlare con loro di calcio e cavalli ma, per me, era una noia mortale. Lui chiacchierava amabilmente e io stavo zitto: I bambini devono farsi vedere, ma non farsi sentire si diceva allora. Dixie lo chiamavano mio padre: un po’ a mo’ di vezzeggiativo (di secondo nome faceva Dickinson), un po’ perché amava il jazz.

Qualche volta, ma raramente, ci raggiungeva Ivor Broadis – londinese, giornalista, ex calciatore, interno della nazionale inglese negli anni Cinquanta (14 presenze con partecipazione ai Mondiali del ’54 in Svizzera) -, al volante della sua fiammante Ford Cortina.
Ciao, Dixie, vuoi uno strappo?
Sì, grazie, Ivor.
Il tono confidenziale adoperato dai due uomini mi riempiva di orgoglio. Mio padre che parlava da amico con un ex nazionale inglese (per quanto sfigato, avendo finito la carriera nel nostro Carlisle United, allora in Division 4)!
Farsi portare in macchina in biblioteca da lui poi…

Quel sabato, usciti dalla biblioteca, mio padre, allegro per la bella giornata di sole, disse:
Perché non compriamo una bottiglia di Boo-gioo-leiii?
Una bottiglia di che?
Voleva dire Beaujolais: era l’unico nome di vino che conosceva.
Boo-gioo-leiii.
Come gli piaceva dire quella parola.

Allora la piazza centrale di Carlisle non era la zona pedonale circondata da grandi magazzini tutti uguali – i nomi cambiano, ma vendono gli stessi oggetti – che è diventata oggi. Allora l’unico grande magazzino era Marks and Spencer’s, la facciata del quale recava una targa:
QUI HA SOGGIORNATO IL PRINCIPE CARLO EDOARDO STUARDA, IL GIOVANE PRETENDENTE, CAPO DELLA RIBELLIONE GIACOBITA DEL 1745
Io, ragazzino, mi chiedevo come mai un principe avesse scelto di dormire in un supermercato, visto che c’è un bel castello normanno a duecento metri di distanza.
Allora, dicevo, la piazza era circondata da piccoli negozi e botteghe: tabaccherie, librerie e, di fianco all’albergo Crown and Mitre, un altisonante Wine Merchant, o mercante di vino.
E’ lì che entriamo. Con la goffaggine tipica degli inglesi quando devono parlare con uno sconosciuto, mio padre fa:
Buongiorno, desidero una bottiglia di Boo-gioo-leiii.

Una bottiglia di che? risponde, perplesso, il mercante di vino.
Boo-gioo-leiii!
Ah, Beaujolais.
Il mercante di vino, lui, distinto e imbrillantinato, sfoggia un accento francese assai convincente.
Sì, quello lì.
Quale?.
Come quale?.
Il mercante snocciola un elenco di dénominations e maisons e appellations e, alla fine, un po’ confuso e un po’ umiliato, mio padre si accontenta di una mezza bottiglia del Beaujolais che costa meno.

Del primo mezzo bicchiere di vino consumato a casa al posto della Coca-Cola insieme al consueto pranzo del sabato – uova, salsiccia e patatine fritte – ricordo solo il sapore asprigno. Un sapore nuovo per il mio palato. Non è che mi piacesse molto, ma ricordo anche che, dopo pranzo, giocando a pallone con gli amichetti di quartiere nel vicolo dietro casa, i colpi di tacco venivano meglio del solito. Molto meglio…

***

La seconda volta che ho bevuto il vino, ero a Londra e c’entrava sempre il pallone. Noi del Carlisle United, a quel punto in Division 2, avevamo pareggiato in Coppa d’Inghilterra contro i campioni del Tottenham Hotspur, squadra da sempre in Division 1. 1-1, un risultato storico per noi. Dopo la partita, avevamo ore e ore da ammazzare prima di prendere il treno di mezzanotte, e così eravamo andati a festeggiare in un ristorante persiano (tale si definiva, anche se i camerieri a me parevano pakistani).
Mio padre inforca gli occhiali e studia la lista dei vini. Dice che l’evento merita qualcosa di speciale. Questa volta, al posto del Boo-gioo-leiii, sceglie una bottiglia di Mateus Rosé (secondo me gli piaceva il nome perché ricordava quello di Mateos, centravanti del Real Madrid degli anni d’oro, la sua squadra preferita).
Cameriere, una bottiglia di Mateus Rosé, per favore.
Il cameriere porta la bottiglia in un secchio di ghiaccio.
Visto che locale di classe? mi sussurra all’orecchio mio padre, prima di assaggiare il vino.
Ottimo. Il vino migliora con l’età! esclama.
Ma è solo dell’anno scorso, ribatte il cameriere.
No, intendo dire che più invecchio io, più mi piace il vino, chiude il discorso mio padre, tentando di imburrare un sottobicchiere in rafia che ha preso per una fetta di pane integrale.
Della bottiglia di Mateus Rosé divisa fra noi due, ricordo il sapore amabile e le prime sensazioni di ebbrezza. Del viaggio di ritorno da Londra a Carlisle ricordo poco, invece. Mi hanno raccontato che, all’arrivo, nel cuore della notte, svegliai mezza città urlando Carlisle United, champions of Europe!. Per anni mio padre ha sdrammatizzato il suo ruolo nell’episodio ma, sul fronte vinicolo, ha sempre sostenuto che Il Mateus Rose è meglio dello champagne!.

***

La verità è che, quando ero ragazzo a Carlisle, si beveva soprattutto birra. Attraverso gli occasionali flirt col vino, mio padre si toglieva uno sfizio: faceva finta di aspirare a una dimensione di vita più raffinata di quella a lui abituale. In realtà, anni prima, appena tornato dalla guerra, aveva avuto dei problemi con l’alcol. Trascorreva troppo tempo – e, soprattutto, spendeva troppi soldi – al Constitutional Club, un pub vicino a casa. Un giorno mia madre gli aveva lanciato un secco ultimatum: George, hai tre bambini da sfamare e un mutuo da pagare. O smetti di bere o non ci vedi più!.
Da allora, non aveva più bevuto, o quasi.

Jimmy Wilson, un nostro vicino di casa, un tipo grande e grosso dalla faccia rubiconda, ci dava dentro, invece. Passava la vita a scommettere e a bere: dall’allibratore e al pub.
Metti il cappotto che vado al pub! urlò una sera a Frances, sua moglie.
Vuoi dire che porti anche me questa volta?.
No, voglio dire che spengo il riscaldamento prima di uscire!.

Insomma, trangugiare birra era la norma. Per noi, dimostrare di saper tenere giù grandi quantità di birra senza ubriacarci costituiva una specie di rito di iniziazione all’età virile. Ogni lunedì sera, dopo la scuola (proprio così!), si faceva il giro dei pub cittadini, una pinta per ogni locale. C’è poco da fare: per motivi storici e climatici, certe culture privilegiano la quantità rispetto alla qualità, con tanti saluti al gusto e al piacere. Avendo fatto parte di quel mondo, posso dire che, per quello che vale, si imparano presto i propri limiti. Una notte, dopo essere stato lasciato, paralitico, sulla soglia di casa dagli amici, e dopo aver calpestato il cane e urlato cose irripetibili (Cosa ho detto? ho chiesto a mia sorella. Non si può ripetere, mi ha risposto, sorniona), ho deciso di abbandonare quella cultura. Di rinunciare al rito. Addio Inghilterra, buongiorno Italia. Addio birra, buongiorno vino.

Mio padre era triste: Con chi parlo di calcio d’ora in poi? ripeteva, sconsolato. Ma, alla fine, la mia decisione si rivelò una pacchia per lui: ogni volta che tornavo a casa gli portavo bottiglie di vino che custodiva gelosamente e conservava per ipotetiche occasioni speciali. Quando morì (il 16 novembre 1989: ricordo la data perché proprio quella sera – scherzo del destino e incrocio di destini – l’Italia pareggiò 0-0 in amichevole con l’Inghilterra a Wembley), andai su per il funerale. Negli armadi di camera sua trovai bottiglie e bottiglie di Barbaresco e Barolo e Brunello di Montalcino, nonché alcune vecchie foto di una ballerina polacca, ricordo della sua esperienza da soldato a Napoli nel famigerato 1943. Ma questa è un’altra storia…

Ad accompagnarmi al funerale c’era il mio ex suocero. E’ stato lui – uomo tutto di un pezzo e perfetto patriarca del sud – a introdurmi al piacere del vino quotidiano: che voleva dire vino a pranzo e a cena nei giorni feriali e dal mattino alla sera durante il weekend (compreso l’aperitivo del sabato che consisteva in 12 ostriche – 6 a testa – e una bottiglia di Berlucchi).
Dopo la cerimonia, mia madre organizzò un ricevimento per gli ospiti. Panini, dolcetti e tè.

Tè! sbotta il mio ex suocero, scioccato. Va’ a comprare del vino, va’! mi dice, mettendomi in mano delle banconote.
Eseguo gli ordini e torno dopo venti minuti con un sacchetto pieno di bottiglie: le zie di mia madre, puritane fanatiche, inarcano le sopracciglia. Per loro l’alcol costituisce peccato comunque: figuriamoci al funerale di mio padre.
Un’ora dopo, il disprezzo si trasforma in scandalo quando il mio ex suocero, annoiato, si alza e mi fa: Dai, andiamo in centro a prendere un aperitivo!
E così facciamo, proprio al bar dell’albergo Crown and Mitre. Al nostro ritorno, silenzio assoluto e sguardi torvi. Mi piace pensare che, se non fosse stato cremato, mio padre si sarebbe rivoltato nella tomba. Per l’ottusità delle zie, non per il consumo di alcol al suo funerale. Ma quanto scassano ‘sti puritani, diceva il mio ex suocero.

Dieci anni di barolo

cavagneroCarlo Cavagnero è un altro vignaiolo per scelta, un outsider. Dopo 12 anni in Italgas a vendere impianti industriali, un sogno di famiglia, bambini e natura lo spinse verso il vino. Svolta metodica: si mise a studiare all’università e all’Onav, comprò una vigna a La Morra, poi un campo, poi altri, poi la casa da rifare, la cantina da rimettere a posto.

Il primo barolo fu quello del ’95. Con quelli del ’99, 2000 e 2001 ebbe una nomination tra i primi dodici su Decanter, che lo definì velvet over steel, e vinse il Wine Challenge di Londra del 2002. Si aprirono alcuni mercati, gli USA e il Canada. E tutto questo senza fare parte di alcuna consorteria del gusto. Anni buoni.

Cavagnero è un tradizionalista, come Conterno e Mascarello, non un barriquista come Clerico, Altare e Cugno. Ma il peggio è non seguire una linea, e passare da un metodo all’altro solo perché i giornalisti hanno decretato che la barrique è superata. I risultati sono spesso modesti se non pessimi.

Il vino è buono se sei bravo in vigna. Cioè se tagli. Sei gemme per il dolcetto, ma ne tagli ancora due, in modo che faccia 4 tralci e un grappolo per tralcio. Nove gemme per il nebbiolo, ma le prime due non fruttificano. Per il barolo interviene anche sul grappolo, eliminando la parte in fondo, dove si concentra l’acidità.

Eppure oggi non sa se rifarebbe tutto. E’ che questo lavoro ben fatto non trova gratificazione nel mercato. Gli tocca vendere il suo barolo sfuso, che andrà a tagliare altri baroli meno buoni. Tornassi indietro, comprerei di nuovo una vigna, perché è l’unico modo per essere sicuro di bere bene. Ma credo che manterrei la cosa in una dimensione domenicale, non so se ho fatto bene a farne la mia vita intera: in questo momento non vedo bene il domani del vino.

Il caso e il sauvignon

sauvignon_2  Sandro Barosi ci ha detto più di una volta di provare il Sauvignon di Boschis, che è una cosa eccezionale. Quando abbiamo avuto occasione di prenderne qualche bottiglia, abbiamo chiesto a Mario di raccontarci la storia di questo vino.

E’ una storia bella e brutta. Nel ’94 volevamo piantare del bianco, un po’ per consumo famigliare un po’ per sperimentare. Scartati Favorita e Cortese come vitigni molto produttivi, scartato l’Arneis che è tipico del Roero e non di queste zone, rimanevano i vitigni internazionali, Riesling, Chardonnay e Sauvignon. Io preferivo il Sauvignon per certi suoi profumi di foglia di pomodoro. Ne piantammo tremila metri da vivaio.

Il primo anno di raccolta, il bostrico – un insetto grosso come una formichina che buca il legno – attacca solo il Sauvignon. Addebitiamo la scarsa resa delle viti al bostrico. Ma negli anni successivi ci troviamo di nuovo con delle rese bassissime e un vino con un grado alcolico di 14, 15, perfino 16. Così indagando scopriamo di avere impiantato senza saperlo un clone particolare, l’R3, che di solito viene usato in modo diverso, una vite ogni tanto per dare struttura e corpo al vino.

Io volevo reimpiantare con dei cloni più produttivi, ma mio figlio Paolo diceva di lasciare stare, meglio poco ma buono. Oggi con 1300 viti produciamo 600 litri di Sauvignon, una resa del tutto antieconomica per un vino che ha una circolazione poco più che clandestina. Ecco, è una storia bella perché il vino è buono, brutta perché non ce n’è.

Bio quasi dinamico

barosinv Sandro Barosi è insieme ad Amalia Battaglia l’anima di Cascina Corte a Dogliani. Vignaiolo per scelta, non per tradizione famigliare, è sensibile a un’idea biodinamica dell’agricoltura, ma fatta più di sperimentazione ed esempi che di rigore teorico.

Me, è stato Gianluigi Bera a insegnarmi che se non dai prodotti, la roba vien su lo stesso. Un anno l’agronomo mi ha cambiato i prodotti sei volte in otto mesi, lì mi è venuto qualche sospetto. Ho un amico vicino a Perpignan, del Domaine de la Rectoire, con delle vigne su scisti quasi sul mare. Beh, da quando ha smesso di dare diserbanti e lavora la vigna col mulo, il vino è cambiato da così a così. E’ zona di Banyuls, anche se io col cioccolato preferisco il Sagrantino.

Anch’io voglio provare col mulo. Se il gasolio continua così, mi sa che ci proveremo in tanti. Quando abbiamo comprato la Cascina Corte, c’era il corredo completo per lavorare la terra col bue, ma il bue è complicato, ci vuole più manutenzione, devi tagliargli le unghie, farlo riposare, e poi è un capitale.

Il mulo tira calci, ma è meno impegnativo. Ci sono delle lavorazioni, come l’aratura, che col mulo potrebbero essere fatte molto meglio che col trattore, e senza costipare il terreno coi cingoli. Sì, ci voglio provare anche così, per fare un po’ di spettacolo, e vedere cosa dicono gli altri contadini…

Vino fatto di nulla

cquarelloC’è qualcuno che si reinventa vignaiolo sulle ceneri della propria storia, ma molti vini accompagnano l’evoluzione di una famiglia e devono più di qualcosa al legame di un padre e un figlio. Se conosci  Valerio Quarello senza conoscere suo padre Carlo, non cogli un aspetto del loro grignolino e barbera, un carattere affabulatorio portato alla divagazione.

Eppure Carlo pota preciso, nove gemme per pianta. Siamo così piccoli da essere invisibili e ogni anno sono sorpreso che qualche guida di Slow Food si ricordi di noi. Fino all’84 vendevo le uve, poi ho deciso che potevo provarci per conto mio. Qui a Cossombrato fino agli anni ’60, alla grande migrazione a Torino per la Fiat, era tutto a vigneto. Oggi fanno agricoltura da sussidi, su pendii mica tanto ragionevoli per il grano, la soia o l’erba medica – e adesso per le erbe officinali.

Un chilo di uva grignolino sta a meno di un euro, la metà per uve barbera. Allora che ci sia del vino che si vende a 80 centesimi mi rende perplesso. Una prima ipotesi è che sia vino invenduto, una seconda che sia vino torchiato. Una generazione addietro c’era l’idea di torchiare fino a quando le bucce fossero bianche. Spremi ancora un po’ di colore, aggiungi zucchero, aggiungi alcol. Se l’etilico ha le tasse alte, aggiungi il metilico, quello che usiamo per disinfettare. Ti va male proprio solo se sbagli le dosi, e quel medico del Niguarda considera che quei venti affetti da cecità del suo reparto hanno una cosa in comune, l’alcolismo. Commercianti che hanno fatto fortune con questo sistema e in Val d’Aosta poi, che sarebbe più popolosa oggi se non avessero fatto tanto consumo di torchiato trent’anni fa. Vino fatto di nulla, quando va bene.

E poi c’è il vino di carta, un effetto del sistema dei doc. Fino alla resa del disciplinare costa 2x, oltre diventa vino da tavola e costa x. Che seria contabilità eh? Il sistema dei doc alla fine non ti garantisce nulla, forse solo una provenienza territoriale, ma meglio non indagare troppo…

Degustare

apparatoMai letto una guida dei vini? Ti è piaciuto il modello delle degustazioni editoriali professionali? Quello che metti il naso dentro il bicchiere, metti il vino in bocca, fai dei gesti e dei versi, poi sputi in un secchio e avanti un altro. L’idolatria della sensazione, il vino oggetto. Vino urbano, vino enoteca, vino lusso anche quando è quotidiano. Vino scientifico, vino semplicemente-presente. Vino sputo.

Invece vino quotidiano è vino soggetto, chi lo fa e chi lo beve. Vino corpo, vino Dasein. Vino tempo. Vino pranzo. Vino dilettante. Ci vuole un altro modo di degustare. Un po’ come faceva Junger per altre sostanze — preparazione, un mentore o un custode, tutto il tempo necessario, non l’esperienza atomica.

Perciò la scheda degustazione dovrebbe essere narrativa e tenere largo conto del contesto: luce o buio? in compagnia di chi? quale l’umore, la circostanza o la celebrazione? cosa accompagnava? effetto triste o allegro? quali pensieri e ragionamenti? sedato o eccitato?

Brad Pitt in Langa

scalettaNon siamo stati degli entusiasti di Torino 2006, 2500 atleti e 3500 dipendenti della sola NBC, qualcosa non quadra.

Tra l’altro l’incontro delle Olimpiadi con il vino è stato piuttosto di circostanza. Lasciamo da parte i big, che giocano un altro campionato — Gaja che lascia le bottiglie in conto vendita alle enoteche per contrastare Fontanafredda sponsor ufficiale. Per strada sembravano molto più le olimpiadi della birra che del vino. E a Pragelato la nazionale di slittino austriaca con una dieta di carote bollite avrà ben avuto qualche problema di abbinamento.

Ci ha confortato che non eravamo i soli a sentirci estranei all’evento questo aneddoto che ci ha riportato un piccolo produttore di Monforte. Simone Scaletta produce dolcetto d’Alba e nebbiolo, quest’anno imbottiglierà il suo primo barolo, e lo raccontava orgogliosamente.

L’accompagnatrice di Brad Pitt ospite di Fontanafredda telefona ad Aldo Conterno:
– Ho qui Brad Pitt che vuole visitare cantine delle Langhe e ho pensato…
– Chi?
– Brad Pitt.
– E chi è?
– Ma, un sex symbol del cinema…
– Senta, non ho mica tempo, però se vuole può andare da mio fratello, di Conterno a Monforte non ne mancano…

E rideva Scaletta, rideva…

Vignaioli part-time

tumiotto Cercavo del prosecco con il rapporto qualità-prezzo fuori dalla zona doc. Così ho incontrato Fabiana e Tiziano Tumiotto di Salgareda, nella piana del Piave a 30 km dal mare.

Crederai mica che tutto il prosecco di Valdobbiadene viene da Valdobbiadene o il cartizze da Cartizze? Ce n’è che vengono a prenderlo qui da noi per venderlo come fatto a Valdobbiadene, e qualcuno che dice che da noi è anche più buono. Perché la terra qui è argillosa e buona per il vino, in particolare per i rossi.

Tiziano Tumiotto cura 5 ettari di vigne e produce prosecco, chardonnay, verduzzo, cabernet franc, cabernet sauvignon e malbec. L’attività agricola e vinicola coinvolge anche la moglie Fabiana e il figlio Lorenzo, ma tutti a tempo parziale. Tiziano ha un impiego in posta, Fabiana lavora all’ospedale, Lorenzo è impegnato col nuoto ad alto livello. Poiché il vino richiede fatiche ed energie, questo vuol dire giornate che non finiscono mai, a travasare o filtrare. Eroismo part-time, entusiasmo e prudenza, mutui per la cantina senza rinunciare a uno stipendio fisso — la strada per stare sul mercato di questi vignaioli della marca trevigiana.

Un passo alla volta perché tutto è complicato e si consolida col tempo. Imbottigliare può essere un problema per un piccolo produttore come me: te non sai quante volte succede che un imbottigliatore ti mette in bottiglia un vino più scadente del tuo. Comunque piano piano porto avanti le mie ambizioni, il prossimo anno prendo delle barriques e ci metto il nostro cabernet sauvignon, che è un vino adatto all’invecchiamento.

Piccoli produttori indiani d’America

aferrioSe non ci fosse stato Slow Food, oggi sarei operaio alla Ferrero, giuro. Angelo Ferrio produce arneis, barbera, nebbiolo, roero a Canale. Lo fa con l’orgoglio contadino di chi ha orari zingari tra la vigna e la cantina. Eppure oggi è venuto meno l’entusiasmo, ed è successo così, dalla notte alla mattina. E se i giornalisti, e anche quelli di Slow Food, non riescono a spiegarlo alla gente che il vino fatto bene ha un prezzo, il rischio che corriamo è l’estinzione dei contadini-vignaioli.

Fino al ’94 noi vendevamo il vino sfuso, e l’80% del fatturato lo facevamo con un paese solo, Giaveno. Non ti so dire come mai, venivano giù una volta l’anno, gli zii, i cugini e gli amici di Giaveno tutti insieme, e compravano damigiane fino a che non erano tutti fradici. Poi Slow Food ci ha spiegato che c’era un mercato per i piccoli vignaioli e ci ha motivato a investire nella tecnologia e nella cantina. Ma adesso vedo che tornano i pezzi grossi, fanno cinquemila bottiglie di vino magari migliore del mio e 6 milioni di bottiglie di altro, che o è chimica o è uva che viene da chissà dove. Perché tirassimo su un muro ermetico sui bordi del Piemonte, vorrei vedere dov’è l’esubero.

Quando c’è stato lo scandalo del metanolo, noi piccoli produttori abbiamo avuto pietà dei morti ma esultavamo, perché finalmente veniva fuori la verità. Ma guarda che oggi siamo di nuovo lì, hanno solo aggiustato meglio le dosi. E se non succede niente, i pezzi grossi ci compreranno noi piccoli produttori uno per uno, ci faranno fare la fine degli indiani d’America.

L’olio migliore del mondo

bibozL’olio che trovi in giro, al supermercato, è fatto da imbottigliatori, non da produttori, il prodotto è un assemblaggio. Nel mondo dei produttori d’olio c’è  molto dilettantismo, siccome è genuino ognuno è convinto che il suo è l’olio migliore del mondo. Puoi dirgli che sua madre è una zoccola, ma non che il suo olio ha dei difetti.

Bibo Zamparelli è un piccolo produttore di olio (10 ettari) nella sua azienda di Cerreto Sannita, nel Beneventano, a 300 metri d’altezza. Produce 3 tipi di olio, un blended alla maniera tradizionale e due monovarietali.

Anch’io all’inizio ero convinto che il mio fosse l’olio migliore del mondo, me lo dicevano tutti gli amici. Fino a quando, per caso, ho incontrato un assaggiatore professionale. Alla riunione di una ventina di produttori locali in cui dava i risultati dei suoi assaggi, volevano linciarlo. Me ne andai con la coda tra le gambe per il giudizio sul mio olio e cominciai a studiare come migliorarmi.

Per due anni ho sperimentato con i monovarietali e con la tecnologia del frantoio. Oggi faccio da riferimento anche per altri produttori, che al frantoio dicono – Mi faccia l’olio come Zamparelli -. Ogni anno ricevo qualche premio, che fa bella mostra di sè al frantoio. E’ anche per questo che mi lasciano abbastanza iniziativa da manovrare le macchine a modo mio. Così sono uno dei pochi produttori di olio che ha un controllo su tutto il ciclo di produzione.